Opinioni

La mobilità dei lavoratori e la società che invecchia

Uno studio della Commissione europea sui rapporti tra immigrazione, mobilità e mercato del lavoro smentisce la convinzione per cui i lavoratori stranieri sottrarrebbero posti ai cittadini europei
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Il calo della popolazione attiva è mitigato dai lavoratori immigrati
Il calo della popolazione attiva è mitigato dai lavoratori immigrati

Il Vecchio Continente invecchia, sempre più. Tendenza ben nota. La speranza di vita è passata nel decennio 2014-2024 da 80,9 a 81,5. Noi primeggiamo, assieme alla Svezia: 84,1. Sono circa otto gli anni in più rispetto a Romania, Bulgaria e Lettonia, i Paesi dalla popolazione meno longeva. È crescente il fabbisogno di popolazione giovane, ovvero di immigrazione. Una primavera demografica non è, infatti, in vista.

Un recente studio della Commissione europea sui rapporti tra immigrazione (extra-Ue), mobilità (intra-Ue) e mercato del lavoro nell’Eurozona, sciorinando l’implacabile realtà dei numeri, racconta una realtà destinata a incidere profondamente sul futuro economico - ma anche, e forse soprattutto, va aggiunto, sociale e culturale - del Continente.

La dimensione della popolazione in età lavorativa nell’area dell’euro è rimasta stabile in questi ultimi dieci anni, ma le proiezioni indicano come nell’area euro (insieme all’Ue) la popolazione attiva sia destinata a un declino.

È necessario distinguere, quanto alla popolazione attiva, tra mobilità (intra-Ue) e immigrazione (da extra Ue). La quota mobilità è leggermente aumentata nell’area euro, da dieci anni a questa parte, passando dal 4,7 per cento del 2014 al 5,3 del 2019. Dal 2020 è rimasta sostanzialmente costante intorno al 5, un livello leggermente inferiore spiegato dalla Brexit. Nel frattempo, la quota extra-Ue è aumentata dal 10 per cento del 2014 al 15 del 2025, con incrementi particolarmente dinamici nel 2022 e sino a oggi. Accelerazione dovuta alla guerra della Russia in Ucraina.

La mobilità origina nei Paesi dell’Europa orientale e meridionale. Nel 2023, il maggior numero proveniva dalla Romania, seguita da Polonia, Italia, Portogallo e Bulgaria. Per tutti questi, le destinazione più importante è la Germania, poi viene la Francia. Per i rumeni anche la Penisola è appetibile. O almeno lo era sino a pochi anni fa, da quando si è manifestato un crescente flusso di immigrazione di ritorno.

Dal 2023 il saldo è divenuto negativo, per raggiungere le seimila unità lo scorso anno. Complice la buona performance economica della Romania, la carenza di manodopera e l’aumento dei salari reali.

Celebrazioni del giorno dell'Inno nazionale in Romania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Celebrazioni del giorno dell'Inno nazionale in Romania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ma quali sono le dimensioni e le destinazioni della mobilità italiana? In 710 mila (dati Istat) l’anno scelta tra il 2016 e il 2025. Tra le destinazioni prevale la Germania con il 23 per cento, segue a ruota la Spagna col 23 (di fatto ha preso il posto del Regno Unito verso il quale i flussi sono notevolmente diminuiti dopo la Brexit), poi la Francia col 13. Migliori remunerazioni e maggior domanda di laureati e personale qualificato sono le motivazioni.

Dallo studio della Commissione emerge come il tasso di occupazione dei lavoratori mobili dell’Ue superi quello di chi lavora dove è nato. Dato a sua volta superiore ai nati extra-Ue. Nel 2025, quello dei nati nell’area euro era del 71,5, a fronte di un 74,4 per i nati in un altro paese Ue e del 65,6 degli extra-Ue.

Per questi tre gruppi, i tassi di occupazione segnano i massimi storici o prossimi a essi.

Lo studio è, infine, un’ulteriore smentita delle convinzioni per cui i lavoratori stranieri sottrarrebbero posti ai cittadini europei. Dal 2018 la crescita dell’occupazione è stata generale, ma trainata dai lavoratori extra-Ue. Un incremento frutto di due fattori: la loro maggior quota sulla popolazione dei Paesi dell’Eurozona, nonché la crescita dei loro tassi di occupazione.

Il recente afflusso di lavoratori nati fuori dall’Ue non ha, quindi, ridotto le opportunità di chi è nato laddove risiede. Piuttosto - come conclude lo studio - «ha contribuito ad attenuare le carenze di manodopera in un contesto caratterizzato dal rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa e dal permanere di una sostenuta domanda di lavoro».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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