Politica

Gianfranco Fini: «Remigrazione, una parola senza senso»

L’ex presidente della Camera stasera a Brescia per parlare di immigrazione: «La legge che porta il mio nome ora andrebbe aggiornata»
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Vicedirettore

Gianfranco Fini © www.giornaledibrescia.it
Gianfranco Fini © www.giornaledibrescia.it

Due ex ministri, due storie politiche diverse e una questione che continua a dividere e a fare discutere il Paese: l’immigrazione. Gianfranco Fini e Marco Minniti si confrontano oggi a Brescia su «Immigrazione: società, integrazione, identità»: l’incontro è in programma alle 17 al Museo Auto storiche di viale Bornata, 123. L’appuntamento è promosso dalle associazioni culturali Orizzonti Europei e Tito Speri. 

La Bossi-Fini va aggiornata, ma la sfida decisiva si gioca sull’integrazione: sul rispetto delle leggi e dei valori costituzionali da parte di chi sceglie di vivere in Italia.

L’ex presidente della Camera Gianfranco Fini parte dalla legge sull’immigrazione che porta il suo nome per affrontare i nodi della convivenza, del rapporto con l’Islam e della cittadinanza. E sulla remigrazione è netto: «È una parola senza senso», se non si chiarisce chi si vuole rimandare a casa

Presidente Fini, la legge sull’immigrazione che porta il suo nome è rimasta il riferimento di fondo per oltre vent’anni. Va aggiornata?

Sì, va vista alla luce della situazione attuale. La Bossi-Fini è sulla scia, in termini di contenuti e di cultura, della Turco-Napolitano. Se hai un reddito da lavoro e un comportamento tale da non aver mai avuto problemi con le forze dell’ordine, sei un lavoratore straniero che paga le tasse e vive onestamente: hai diritto al permesso di soggiorno. Quando fu fatta, coloro che arrivavano lo facevano quasi esclusivamente per motivi economici. Tra coloro che giungono in Italia sono cresciuti molto quelli che lo fanno per ragioni umanitarie: chi scappa da zone di guerra, chi può essere oggetto di persecuzioni politiche o religiose. Per questa fattispecie di migranti non può valere il principio «vieni qui, se lavori e paghi le tasse ti do il permesso di soggiorno».

Qual è oggi la questione centrale?

Controlliamo le frontiere: lo stanno facendo in tutto il mondo, inevitabilmente. Ma la vera grande questione è un’altra: una volta che sono entrati regolarmente e hanno il permesso di stare qui, si integrano davvero o no? La vera grande sfida è l’integrazione, perché gli stranieri in molti casi, anche se in regola con la legge, non rispettano i valori di fondo della società occidentale.

Lei si è soffermato sul rapporto con l’Islam.

Da qualche anno cerco di capire l’Islam. Non sono islamofobo e sono di cultura laica: rispetto le religioni ma non ne faccio una questione di superiorità di una sull’altra. Il problema dell’Islam è che è una religione totalizzante, nel senso che la comunità, che loro chiamano umma, si basa in primo luogo sull’identità religiosa. Questo comporta una diversa concezione rispetto al detto evangelico «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», che poi significa laicità delle istituzioni, separazione netta tra la sfera pubblica e la sfera privata.

Che cosa significa per l’integrazione?

Per considerarsi integrati devono rispettare non solo le leggi ma anche i valori costituzionali. Nessuno chiede loro di convertirsi. Con il nuovo Patto sulle migrazioni è cambiata anche l’impostazione europea. È cambiato anche il valore culturale di riferimento, che poi fa cambiare le leggi. Lo abbiamo visto nella polemica sui centri in Albania: in molte parti d’Europa stanno cercando di fare ciò che ha fatto il governo italiano.

Che cosa pensa della remigrazione?

È una parola senza senso. Remigrazione sta per «rimandiamoli a casa loro». Bene, allora chi ne parla dovrebbe essere un po’ più preciso: chi rimanda a casa loro? Il clandestino? È già previsto dalla legge. Sulla remigrazione cominciamo a rispondere. Chi è oggetto del rimpatrio? Chi? Perché altrimenti si parla al vento. Tra l’altro il governo italiano, ma non solo, sta favorendo il rimpatrio volontario.

Che cosa significa la parola «patria» per chi vive in un Paese diverso da quello d’origine?

Patria vuol dire terra dei padri. È chiaro che anche quelli che stanno qui, che sono perfettamente integrati, che non danno fastidio, che pagano le tasse, lavorano e non hanno una concezione dell’Islam di tipo integralista, non possono dire che l’Italia è la patria: l’Italia non è la terra dei padri. Questo vale anche per le seconde generazioni.

Come si risponde al bisogno di identità delle seconde generazioni?

Non può essere soltanto una richiesta di passaporto. Ci vorrebbe un momento, non esito a dire solenne: una sorta di giuramento, il giuramento di fedeltà alla Costituzione, alla bandiera. E conoscere almeno la storia della Repubblica italiana, o meglio dell’Italia. Anche l’iter della cittadinanza non può essere un fatto burocratico. Cittadino deve essere colui che si riconosce nei valori costituzionali.

Come legge le manifestazioni di queste settimane?

Mi sembra ormai evidente che si tratta di manifestazioni in cui la componente teppistica e delinquenziale c’era e ha coinvolto probabilmente anche ragazzi che in buona fede pensavano solo di manifestare per scuole migliori o per il diritto alla casa: tutti motivi legittimi. Oggi la mobilitazione avviene in rete e certi appuntamenti sono tutt’altro che spontanei: vengono organizzati. Si scopre che c’è un tentativo di saldare quello che viene chiamato Islam politico, islamismo politico, con altri movimenti. Sono quelli che dicono che l’integrazione non la vogliono. E in questo c’è il sospetto sempre più fondato che siano all’opera anche quelli che una volta avremmo chiamato agit prop: quelli che sostengono che, tutto sommato, Putin ha ragione e che l’Ucraina è un Paese che non può essere difeso. È veramente una miscela esplosiva.

Che cosa dovrebbe fare la politica?

Questo, secondo me, giustifica, anzi rende doveroso alzare il livello di guardia. I provvedimenti del governo possono piacere o non piacere, ma guai se ci fossimo limitati a fare quello che diceva la sinistra: «Dobbiamo dialogare, dobbiamo capire». Io cerco di capire e di dialogare, ma in primo luogo bisogna rispettare le leggi.

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