Un autunno caldo, come qualcuno aveva annunciato. Le premesse c’erano tutte, ed ecco che le città italiane si animano dei cortei degli studenti (a cui, purtroppo, si accompagnano anche varie gesta violente). E, come sempre, quando le piazze tornano a riempirsi di giovani, nella lettura politica degli eventi scattano un cortocircuito e un riflesso condizionato, con la polarizzazione delle coordinate interpretative lungo due registri opposti: da un lato, la delegittimazione paternalistica che bolla il disagio giovanile come folclore di stagione o «pigrizia generazionale»; dall’altro, l’esaltazione acritica e ideologica da parte di aree politiche che continuano a coltivare un’intramontabile fascinazione per il movimentismo (e pure, in certi casi, la nostalgia dei trascorsi giovanili da contestatori).
Le mobilitazioni che attraversano i licei e gli atenei nazionali sono lo specchio di un malessere sociale profondo, che riecheggia su scala europea; e, infatti, nell’attivazione degli studenti italiani ha indiscutibilmente giocato anche un effetto di emulazione delle proteste in Francia e in Spagna, tanto che la loro piattaforma tiene insieme varie tematiche e rivendicazioni, dalla carenza di risorse e di insegnanti nelle scuole alla preoccupazione per il caro vita e, soprattutto, il caro alloggi, dal rifiuto del riarmo alla battaglia contro le destre e il «fascismo» fino al sostegno proPal – così, per quanto riguarda le ultime categorie, c’è una saldatura con l’opinione pubblica di sinistra anche se non necessariamente con i suoi attori politici.
Tutte le questioni non direttamente ideologiche sollevate dagli studenti hanno dalla loro ragioni fondatissime (di più, sacrosante). E le cause profonde risiedono nella progressiva perdita di efficacia del patto formativo ed economico che ha supportato per decenni ceti medi e classi popolari, un pilastro del contratto sociale caratteristico dei Trenta anni gloriosi (dal 1945 al 1975) e del «compromesso socialdemocratico» via via dissolto dall’avvento del neoliberismo.
L’istruzione, per decenni principale ascensore sociale e fattore di mobilità, si è convertita in una sorta di corsa a ostacoli contrassegnata da disuguaglianze crescenti: dal rincaro generale del costo della vita a quello sempre più elevato per i fuori-sede e al caro-affitti (in una nazione dove la rendita immobiliare e la casa di proprietà delle generazioni adulte e anziane identificano due elementi strutturali), sino allo stato di fatiscenza o degrado di tante infrastrutture scolastiche e al precariato cronico che colpisce numerosi docenti, indebolendo così la continuità – e, dunque, l’efficacia – della didattica.
In Italia come in Francia, le proteste degenerano in violenza. Manifestazioni in diverse città: gli scontri più gravi a Torino, Milano e Bologna #ANSA https://t.co/epzSOcIidf https://t.co/ZyxLlL5gYt
— Agenzia ANSA (@Agenzia_Ansa) October 17, 2026
Gli studenti avvertono, pertanto, un senso di deprivazione fortemente accentuato dal clima politico ed economico contemporaneo: quella attuale è la società prestazionale e performativa e dell’ipersoggettivizzazione, ma quelli che, tradizionalmente, costituivano i canali di emancipazione e miglioramento della propria condizione sociale risultano bloccati o marcatamente depotenziati. La scuola e l’università appaiono spesso come istituzioni burocratizzate, infragilite da tagli progressivi e incapaci di garantire uno sbocco professionale e personale adeguato.
La rabbia studentesca scaturisce così dalla frattura tra un’offerta formativa percepita nei fatti come residuale e le aspettative di una generazione a cui si chiede la massima flessibilità in cambio di tutele minime. Come pure, su un altro piano assai problematico e che chiama in causa l’ennesima responsabilità propagandistica di tutta una parte della classe dirigente politica, l’incessante invocazione retorica dei diritti, senza indicare che per renderli esigibili vanno trovate le corrispondenti risorse finanziarie, e che dovrebbero venire obbligatoriamente accompagnati da un opportuno corpus di doveri.
Ed ecco, allora, che nelle proteste si inseriscono esponenti delle seconde generazioni e figli di immigrati – non frequentanti le scuole, come vanno giustamente puntualizzando in queste ore alcune autorità scolastiche – che si stanno rendendo protagonisti principali degli atti vandalici e, malauguratamente, sembrano esercitare un certo fascino su alcuni settori studenteschi. «Cattivi maestrini», come a Milano, Bologna, Torino, sui quali bisogna essere chiari, evitando di sfoderare sterili pseudospiegazioni sociologiche: chi si macchia di reati deve essere sanzionato, anche perché – specie nell’insopportabile clima della campagna elettorale permanente in cui siamo quotidianamente sprofondati – finisce per sporcare e indebolire le motivazioni legittime di chi sfila e vuole fare sentire la propria voce.
Il malessere studentesco, dietro al quale si ritrova una domanda più generale di qualità della vita e di desiderio di cittadinanza attiva, va ascoltato con grande attenzione e rispetto, ed esige delle risposte da parte della politica di maggioranza e di opposizione. Gli atti nichilistici e violenti dei casseurs «de noantri», degli infiltrati, incappucciati e devastatori invece, vanno puniti secondo le norme esistenti, e devono essere pure stigmatizzati e condannati con chiarezza da tutti i partiti e i sindacati affinché non vengano travisati a esempio. E se si tratta di minorenni, come sta emergendo, vanno adeguatamente rieducati, piantandola con la tiritera della «comprensione» e sedicente empatia (le vere, autolesionistiche, spinte al dilagare di ulteriori, inaccettabili tentazioni autoritarie).
Questo nuovo capitolo della nostra prolungata «età della rabbia» va trasformato a opera delle istituzioni in un cantiere serio di riforme che diano valore e concretezza alle parole «diritto allo studio», per evitare di generare altro, irrecuperabile rancore sociale. Quello da cui siamo circondati e che sta distruggendo le nostre democrazie dall’interno, oggetto di speculazione da parte degli irresponsabili pifferai magici della politica nostrana e di interferenze maligne dei tanti nemici dell’Occidente




