Due ex ministri, due storie politiche diverse e una questione che continua a dividere e a fare discutere il Paese: l’immigrazione. Gianfranco Fini e Marco Minniti si confrontano oggi a Brescia su «Immigrazione: società, integrazione, identità»: l’incontro è in programma alle 17 al Museo Auto storiche di viale Bornata, 123. L’appuntamento è promosso dalle associazioni culturali Orizzonti Europei e Tito Speri.
Le migrazioni non si fermano con i muri. Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e presidente della Med-Or italian foundation, rivendica gli accordi di cooperazione e contenimento dei flussi migratori con i Paesi del Nord Africa e del Sahel e propone un patto tra Europa e Africa per gli ingressi legali.
Presidente, da anni l’immigrazione è affrontata come un’emergenza. Ma lo è veramente?
No, le migrazioni non sono un’emergenza. Hanno accompagnato la storia dell’umanità e continueranno a farlo. Anzi, potrebbero aumentare: i cambiamenti climatici rischiano di rendere inabitabili territori popolosi. Un fenomeno strutturale non si affronta con politiche emergenziali, serve visione strategica.
Eppure oggi gli arrivi in Italia sono relativamente contenuti: come mai?
Grazie agli accordi con i Paesi africani di partenza e transito. Ma le migrazioni possono diventare un’arma di pressione e destabilizzazione. Lo abbiamo visto nel 2021 al confine tra Bielorussia e Polonia e quest’estate a Ceuta. Bisogna governarle, non illudersi di cancellarle.
Lei fu anche l’artefice degli accordi con la Libia del 2017. Li rifarebbe?
Assolutamente sì. Tutti i governi successivi, di ogni schieramento, hanno rinnovato quegli accordi. Avviammo un processo: le Nazioni Unite poterono operare direttamente in Libia, nel dicembre 2017 ci fu il primo corridoio umanitario dalla Libia all’Italia e furono effettuati oltre 30mila rimpatri volontari assistiti.
Chi veniva intercettato in mare era però riportato in un Paese dove si violavano i diritti umani.
La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e considera l’immigrazione un reato. Quelli sono centri di detenzione, dove i diritti umani vengono spessissimo violati. Volevamo arrivare a una presenza stabile delle Nazioni Unite e a una loro gestione dei centri. Era un percorso. Io sono stato ministro sedici mesi, non sedici anni.
Quale alternativa propone oggi alle politiche europee?
Un cambio di paradigma: favorire l’immigrazione legale e contrastare quella illegale. Dal mio punto di vista questo si può attuare attraverso un accordo cornice tra Unione europea e Unione africana, un patto per le migrazioni legali. L’Europa è in recessione demografica, l’Africa cresce. È uno squilibrio duraturo.
Come dovrebbe funzionare questo patto?
Quote d’ingresso per ogni Paese di partenza, seguite da accordi bilaterali. La rete consolare gestirebbe liste e formazione prima dell’arrivo: lingua, principi costituzionali, competenze richieste dal mercato del lavoro. Le persone arriverebbero già preparate.
E in cambio cosa dovrebbero garantire i Paesi africani?
L’assunzione di responsabilità contro i trafficanti e sui rimpatri. Se riconosco diecimila ingressi legali, il Paese deve impegnarsi a riprendere chi entra illegalmente. Senza accordi con i Paesi d’origine, i rimpatri sono tecnicamente impossibili. Si potrebbero organizzare anche missioni internazionali di polizia concordate. Non possiamo consegnare le chiavi delle nostre democrazie ai trafficanti di esseri umani.
I return hub, i centri per i rimpatri fuori dall’Ue, servono?
Sono una mossa tattica, non strategica. L’accordo Regno Unito-Ruanda è fallito. Oggi c’è il centro in Albania e si parla di altri in Africa, ma se organizzi a monte ingressi legali e rimpatri concordati, non serve trattenere persone in attesa di rimpatriarle.
E il nuovo quadro europeo?
Si concentra sui movimenti secondari, tra persone già arrivate in Europa. Non costruisce un rapporto politico con l’Africa e non supera Dublino, che scarica le responsabilità sui Paesi di primo approdo. Non è una soluzione strategica.
La sua proposta richiede di cambiare la Bossi-Fini?
Certamente. Serve una nuova legge sull’immigrazione, adeguata a un mondo cambiato. È politicamente significativo che lo stesso autore, Gianfranco Fini, abbia dichiarato che quella legge, dopo oltre vent’anni, va superata.
Nel dibattito è entrata la parola «remigrazione». Dove finisce la politica dei rimpatri e comincia un’altra idea di appartenenza nazionale?
Abbiamo sdoganato parole di cui un giorno sentiremo il peso. Deportazione, remigrazione: evocano altri momenti della storia europea. Il punto è governare i flussi e affrontare una questione decisiva per le democrazie: l’integrazione.
Che rapporto ha l’integrazione con la sicurezza?
Il Paese che integra meglio è il Paese più sicuro. Chi arriva conoscendo la lingua, i principi costituzionali e con una prospettiva di lavoro non resta nelle aree grigie dell’illegalità. L’Italia ha un’immigrazione più recente di Francia e Regno Unito: possiamo ancora costruire un modello diverso da quelli che altrove sono drammaticamente falliti. E senza immigrazione legale colpiremmo al cuore il nostro sistema economico.
Nelle città cresce la domanda di sicurezza. Lei ha riformato i Comitati sicurezza, aprendoli ai sindaci, che ora possono anche convocarli. Quale responsabilità hanno i sindaci?
L’idea era una cooperazione strutturata tra Stato e governance locale, perché le politiche di sicurezza non sono solo una strategia di carattere nazionale. Non può esistere un unico modello di sicurezza valido da Bolzano a Siracusa: sono realtà profondamente differenti. Serve una visione nazionale capace di coniugarsi con i singoli territori, attraverso una cooperazione strutturale tra Stato e sindaci. Una politica di sicurezza efficace deve entrare nelle specificità di ogni luogo. E quella conoscenza può garantirla soltanto chi governa il territorio. Vale ancora la lezione del generale cinese Sun Tzu: «Una strategia senza tattica è la via più lunga per arrivare alla vittoria. Una tattica senza strategia è il rumore della sconfitta».




