«Una crisi di sistema che è parallela alla perdita di peso e centralità del Parlamento». Non ha dubbi Pier Ferdinando Casini nel commentare il percorso – travagliato – che ha portato all’approvazione della riforma della legge elettorale alla Camera. Un percorso che è passato anche dall’inciampo del voto contrario dei «franchi tiratori» nel centrodestra all’emendamento sulle preferenze. Per il senatore, ospite ieri sera alla Festa del Pd a Botticino, il caso della legge elettorale, che prevede liste bloccate senza preferenze, è il sintomo di una più ampia crisi della politica, dei partiti e dell’affluenza.
Le legge elettorale
Casini, eletto senatore nelle file del Pd come indipendente, alla Valverde ha presentato il suo libro «Al centro dell’aula. Dalla prima Repubblica a oggi», in un dibattito con Emilio Del Bono moderato dalla direttrice editoriale del Giornale di Brescia, Nunzia Vallini.
ùIl punto di partenza è però l’attualità politica, con il nuovo sistema elettorale: «Può darsi che poi si approfitti del fatto che al Senato non c’è voto segreto per introdurre le preferenze», dice Casini, «ma vediamo se la portano avanti questa legge, qualche dubbio ce l’ho». Una legge con cui, ammette, sarebbe «difficile che ci possa essere possibilità per un Centro autonomo». Tuttavia, aggiunge, «credo che ci siano ancora tanti elettori non ideologicamente schierati a prescindere: entrambi i poli dovrebbero trovare il modo in grado di parlare a questa parte di elettorato».
Crisi politica
Ma la chiave interpretativa della vicenda della riforma elettorale, per Casini, è più ampia e coinvolge la crisi del Parlamento: «Un tempo l’Aula aveva una sua centralità, oggi non c’è più una legge che non sia di iniziativa governativa». Il tema delle preferenze c’è, «ma non è la panacea», dice il senatore. Prima c’è la crisi dei partiti: «Non esistono più, sono diventati comitati elettorali. E nel frattempo si leva ai cittadini l’unico meccanismo che permette di scegliere parlamentari. Se non si vogliono le preferenze almeno si facessero dei collegi uninominali ristretti».
Una crisi di rappresentanza che esiste anche a livello regionale, aggiunge Del Bono: «Le Regioni hanno cominciato a occuparsi di amministrazione per stabilizzare il proprio potere, non per rappresentare al meglio i cittadini». E intanto cresce il populismo: «Oggi lo vediamo a destra con Vannacci ma non escluderei che si profilasse pure a sinistra: c’è qualche lavorio anche lì – dice Casini –. Anche queste sono espressione di distacco dalla politica». E su Vannacci: «Ha un campionario di sciocchezze ammantate di buon senso: ma un conto è sentirle al bar, un conto è dirle con responsabilità politiche».
Prospettive
Per il senatore, occorre che la politica torni a dire «cose impopolari». Che per la sinistra vuol dire affrontare il tema del riarmo – «che significa anche protezione contro i cyberattacchi» –, per la destra quello dello ius soli: «Abbiamo visto i numeri demografici: io mi dichiarai a favore dello ius soli nel 2003. In ventitré anni non si è fatto neanche ius scholae».
In politica estera, la strada è l’Europa: «È l’unica nostra chance. Se siamo uniti siamo forti, e se siamo forti, come diceva De Gasperi, saremo liberi: altrimenti saremo vittime di Putin, di Xi Jinping, dell’arroganza di Trump».




