Quando si lancia una sfida e si perde in Aula per un voto, finisce male. Lo sa bene Prodi, che perse Palazzo Chigi nel 1996 proprio in questo modo. La Meloni è stata più fortunata, perché un voto contrario ad una proposta del governo (in questo caso un emendamento di tre partiti di maggioranza) non comporta obbligo di dimissioni. Nemmeno la bocciatura della legge elettorale – a meno che il governo vi ponesse la questione di fiducia – obbligherebbe l'Esecutivo a dimettersi.
Quindi, il punto non è giuridico, così come per il referendum, ma è tutto e solo politico. Un presidente del Consiglio che va in Aula e chiede alle opposizioni – le quali fanno il proprio mestiere – di non chiedere lo scrutinio segreto sa che l'insidia non è nella minoranza, ma nei banchi della maggioranza.
Quel «metterci la faccia» era richiesto ai parlamentari dei partiti alleati (forse anche a qualcuno del suo, chissà) perché se la coalizione fosse stata compatta la vittoria e l'approvazione dell'emendamento sulle preferenze sarebbero state larghe e facili. Come sul referendum, è in casa (allora fra i suoi elettori, alcuni dei quali hanno votato no; oggi fra i deputati di centrodestra) che la Meloni deve guardare, se vuole capire il perché di una sconfitta che è fortemente politica.
Non si tratta, come in modo consolatorio e amichevole pensa qualcuno, di un machiavellico modo per farsi battere e andare alle elezioni anticipate, altrimenti la premier sarebbe salita al Quirinale già ieri mattina, rassegnando le dimissioni. Il punto è che la Meloni non ci pensa affatto, a una quarantina di giorni dal record di governo più lungo della storia della Repubblica.
Tensioni nella maggioranza dopo la sconfitta in Aula. Ciriani: "Noi andiamo avanti vogliamo concludere l'esperienza di governo". Il ministro dei Rapporti con il Parlamento risponde sulla posizione dell'esecutivo dopo il terremoto politico sulla legge elettorale, con i franchi…
— Agenzia ANSA (@Agenzia_Ansa) July 15, 2026
Il trittico di riforme che avrebbe dovuto caratterizzare la legislatura e far contenti i tre principali partiti di maggioranza è quasi del tutto smantellato: l'autonomia differenziata non è finita benissimo; il referendum sui giudici ancora peggio; la legge elettorale (residuo del disperso «premierato forte», già presidenzialismo) sarà pure approvata, ma il difficile verrà dopo (per esempio dovendo decidere se includere Vannacci nel centrodestra, facendo perdere pro quota una trentina di seggi ai partiti attuali di governo, perchè a più di 220 posti, alla Camera, non si può arrivare).
Lo stesso Vannacci passa i suoi giorni a ricordare alla premier le promesse (soprattutto su immigrazione e tasse) non mantenute o parzialmente disattese. C'è una tenaglia: da una parte Futuro nazionale, dall'altra una maggioranza sfilacciata nella quale due leader (Tajani e Salvini) stentano a controllare i propri partiti e soprattutto i gruppi parlamentari.

Naturalmente la risposta mediatica della Meloni è contro l'opposizione, perché dichiararsi vittima di un complotto è nelle corde di una formazione storicamente abituata (dai tempi del Msi) a sentirsi figlia di un Dio minore, sempre assediata dai complotti e dai nemici. Ma la premier conosce la verità e sa bene perché ha voluto il Melonellum.
L'attuale legge elettorale le ha dato una robusta maggioranza di seggi pur avendo meno voti delle opposizioni perché queste erano divise e si sono affossate a vicenda, l'una contro le altre armata. Contro una coalizione unita (anche se gravemente divisa sulla politica estera, cosa che potrebbe minare anche un «Meloni bis» con Vannacci vicepremier) il pareggio è possibile.
Quindi, niente presidenza del Consiglio (che andrebbe a una figura terza, cosa che dispiacerebbe molto anche alla Schlein e a Conte, eterno nostalgico di Palazzo Chigi) e praterie per le estreme, che restando fuori da grandi coalizioni mieterebbero consensi a scapito dei due maggiori partiti (cosa che FdI ha fatto nel 2022 erodendo il consenso di Lega e Forza Italia, come la Meloni ricorda benissimo).
La legge elettorale serviva, quindi. Ma oggi, alla luce del rischio di dover dipendere dopo il voto dai seggi di Vannacci, vale la pena di rischiare? Poi c'è il Quirinale: senza norme che diano al centrodestra una larga maggioranza, dopo Mattarella ci sarà un presidente super partes, scelto da entrambi i poli: altro che occasione per mandare sul Colle un esponente della vecchia Fiamma.
Tuttavia, non tutto è perduto: l'azione di picconamento della destra che sta compiendo Vannacci la sta facendo a sinistra Conte (che teme la nascita di un partito neogrillino capace di togliergli voti). Quindi, le prossime elezioni non sono affatto perdute, per il centrodestra. Ma la strada per rivincerle, a differenza dal 2022, sarà lunga e faticosissima.




