L’attenzione mediatica e l’ansia dei partiti sembrano polarizzate su un unico baricentro: il fenomeno Vannacci. A destra lo sguardo è fisso su quel 6% potenziale che i sondaggi attribuiscono al generale, una dote elettorale capace di sparigliare i giochi interni della coalizione, mettendone a repentaglio le chances di vittoria alle prossime elezioni politiche.
A sinistra, specularmente, la figura del generale viene brandita come il cuneo ideale da infilare negli ingranaggi dell’avversario per mandarlo fuori strada nella cruciale sfida elettorale del 2027. Eppure, questa febbrile focalizzazione rischia di far perdere di vista gli smottamenti tettonici che l’irruzione di una destra radicale antisistema può provocare nel lungo periodo sul nostro intero ordinamento politico.
A ben guardare, la vera partita non si gioca sui decimali di un sondaggio, ma sul posizionamento politico di Giorgia Meloni. La presidente del consiglio, chiamata a fronteggiare l’insidia rappresentata da Vannacci, si trova oggi dinanzi a un bivio esistenziale.
Da un lato, può reagire trasformando l’incaglio in un’opportunità che la incoraggi portare a compimento quel percorso – sviluppato non senza fatica e incertezze negli ultimi quattro anni – volto a costruire un moderno partito conservatore liberale, pienamente integrato nelle istituzioni e nei valori democratici.
Dall’altro lato, può essere invece tentata di rimanere a metà del guado, bloccata dalla paura di alienarsi uno spezzone cospicuo dell’elettorato populista e conseguentemente mettersi in trincea a fare il verso alle battaglie del «politicamente scorretto» caro ai vannacciani. È il dilemma tra la responsabilità della governance europea e la fascinazione della piazza identitaria.
Anche «il campo largo» – o l’«Alleanza per la costituzione», come Conte suggerisce di ribattezzare lo schieramento di centrosinistra – traccheggia di fronte alla sfida di Futuro nazionale. Coltiva un calcolo geopolitico di corto respiro: capitalizzare le contraddizioni della maggioranza, aspettando il logoramento del governo per estrarne un immediato dividendo alle urne. Così facendo, però, evita di affrontare la vera sfida sistemica che si para davanti alla sinistra.
Da decenni la cultura progressista lamenta l’incompiuto abbandono da parte della destra italiana della sua tradizione illiberale. Ora, l’attrattiva dello sfratto di Meloni da Palazzo Chigi, considerato ormai fattibile, le impedisce di cogliere la portata del passaggio storico che si presenta alla democrazia italiana: favorire quell’approdo liberale, sinora mancato, della destra.

Incalzare Meloni affinché compia la rifondazione di FdI in partito conservatore non significa concederle sconti, bensì costringerla a smaltire le scorie del suo passato. Se la destra italiana uscisse definitivamente dal guado, la democrazia italiana ne riuscirebbe stabilizzata. L’ala antisistema dell’opinione pubblica, oggi calamitata attorno alle posizioni «no woke» di Vannacci, verrebbe finalmente marginalizzata e ridotta a fenomeno minoritario.
Si creerebbe quella destra liberale che storicamente è mancata nella nostra Repubblica e la cui assenza ha fatto zoppicare il nostro bipolarismo, trasformando la dialettica politica in una guerra civile fredda anziché in una fisiologia dell’alternanza.
Se di questa evoluzione c’era un disperato bisogno ieri, ce n’è ancor più oggi. In Italia, come in tutto l’Occidente, il sistema democratico è sotto tiro da forti suggestioni populiste che tendono a destabilizzare l’ordine costituzionale.
Traghettare la destra sulla sponda liberal-democratica non è un’opzione di parte. È un interesse del Paese che metterebbe in sicurezza la Repubblica.




