Una settimana fa la pianura bresciana è stata colpita da violente grandinate, che in alcune zone hanno addirittura imbiancato il paesaggio: localmente i chicchi hanno superato i 4-5 centimetri di diametro. Poi, giovedì pomeriggio, la grandine ha concesso il bis, fortunatamente con chicchi di dimensioni più contenute.
Non è una novità che il mese di maggio sia accompagnato da forti temporali, ma i recenti episodi meritano comunque di essere sottolineati e ci permettono di approfondire l’argomento, anche in vista dell’imminente stagione estiva. Per l’occasione ci siamo rivolti al dottor Pierluigi Randi, presidente dell’Ampro (Associazione Meteo Professionisti), un vero esperto del settore, che ci ha aiutato a scoprire tutti i segreti di un fenomeno atmosferico così affascinante e pericoloso.
Come si forma un chicco di grandine?
Il processo di formazione è piuttosto complicato ed è stato compreso del tutto solo qualche decennio fa. Si parte quasi sempre da un piccolo nucleo iniziale, che può essere una pallina di graupel oppure una goccia congelata. Per quanto riguarda il Nord Italia, pare che nella maggior parte dei casi l’embrione sia rappresentato dal graupel, che si forma nella parte superiore (e più fredda) della nube, quando goccioline sopraffuse entrano in collisione con un cristallo di ghiaccio e solidificano istantaneamente.
Tutto inizia, dunque, nel cuore dei cumulonembi, imponenti nubi a sviluppo verticale che possono superare i 12 chilometri di altezza. L’embrione entra poi nella zona del cumulonembo in cui la temperatura è inferiore allo zero, ma l’acqua è ancora nella fase liquida, ovvero allo stato di sopraffusione. A causa dei forti moti verticali e dell’elevata turbolenza in seno alla nube temporalesca, l’embrione collide e urta tante goccioline sopraffuse le quali, al contatto, solidificano (ghiacciano) immediatamente, favorendo la crescita del chicco. Questa fase è nota proprio come processo di accrescimento del chicco»
La forza delle correnti ascensionali, che soffiano all’interno dei cumulonembi, è direttamente proporzionale alla dimensione dei chicchi di grandine, e quindi svolge un ruolo determinante. Per sostenere grandine da 2 centimetri servono correnti ascensionali di circa 70-90 km/h, per grandine da 5 centimetri sono necessari circa 120–140 km/h e per grandine di enormi dimensioni, superiori ai 5 centimetri, anche oltre 180 km/h. In pratica, il chicco deve «galleggiare» nella corrente ascensionale abbastanza a lungo da continuare a raccogliere acqua sopraffusa. Il peso crescente tende a farlo precipitare, ma la corrente ascensionale, se è molto intensa, lo mantiene sospeso. Solo quando il peso supera la forza ascensionale, il chicco cade.
Queste correnti ascensionali vengono spesso descritte come una sorta di “ascensore naturale”, che porta verso l'alto e verso il basso i chicchi, è una semplificazione eccessiva?
«È una teoria valida solo in parte, ma che fino a non molto tempo fa era considerata perfettamente aderente alla realtà. Da studi recenti, pare che l’effetto “ascensore” non sia determinante nel produrre chicchi di grosse dimensioni: può bastare anche un solo viaggio all’interno della nube. È molto più importante l’abbondanza di acqua sopraffusa: tanta acqua sopraffusa dentro la nube produrrà facilmente chicchi di grosse dimensioni. I due processi, ricircolo e abbondanza di acqua, possono coesistere, ma sembra che il più impattante sia proprio il secondo».
E le tanto temute supercelle? Perché sono spesso accompagnate dalla grandine?
Le supercelle sono un capitolo a parte, perché rappresentano la tipologia di temporale perfetta per produrre grandine di grosse dimensioni: esse separano molto bene corrente ascendente e discendente, le quali non si disturbano, mantenendo sempre attiva quella ascendente, che può sostenere chicchi pesanti. Ma c’è di più: il temporale a supercella è una gigantesca trottola che ruota su se stessa, e la rotazione organizza il flusso ascendente favorendo traiettorie lunghe, lente e vorticose, con ampio moto elicoidale. Ciò favorisce una permanenza prolungata: se il chicco resta per molto tempo nella zona di accrescimento (quella ricca di acqua sopraffusa), può facilmente diventare di grandi dimensioni.
Negli ultimi decenni è aumentata la frequenza delle grandinate?
Per questo tipo di fenomeno non ci sono moltissimi dati, ma alcuni studi recenti mostrano come in pianura padana il numero complessivo delle grandinate sia sostanzialmente stabile negli ultimi vent’anni. Tuttavia, e questo è un aspetto di primaria importanza, si nota la tendenza ad un aumento del diametro medio dei chicchi. In pratica, grandina più o meno con la stessa frequenza del passato, ma con chicchi mediamente più grossi.
L’aumento del diametro medio dei chicchi è legato al cambiamento climatico?
Il trend di costante aumento della temperatura in atmosfera è un fattore importante: più l’aria è calda e più vapore acqueo può contenere. Se abbiamo più vapore acqueo, avremo più gocce, anche sopraffuse, dentro la nube, e quindi una maggiore capacità di accrescimento dei chicchi. Inoltre, un’atmosfera più calda equivale a un’atmosfera con maggiore energia, che può innescare correnti ascensionali ampie, estese ed intense. L’ideale per sostenere grossi chicchi di grandine.
È normale che le grandinate si verifichino anche in primavera e non solo in estate?
Sì, è normale: in questa stagione i chicchi possono arrivare con maggiore facilità al suolo. Il livello dello zero termico è generalmente più basso che in piena estate, per cui i chicchi devono compiere un tragitto più breve per arrivare al suolo rispetto a quello che devono effettuare nel periodo estivo.
Contestualmente, i chicchi non trovano nei bassi strati temperature troppo elevate e dunque si conservano più a lungo. Inoltre, in questo periodo, le nubi temporalesche si sviluppano a quote inferiori rispetto alla stagione estiva, e anche questo fattore contribuisce ad abbreviare la distanza tra la base delle nubi e il suolo. Se i venti che trascinano le precipitazioni verso il basso sono sufficientemente forti, il tempo di percorrenza dall’interno della nube al suolo è molto breve, per cui buona parte della precipitazione solida non fonde. Non a caso la stagione in cui è più probabile assistere a grandinate di dimensioni importanti è l’estate, perché a causa delle temperature elevate i chicchi troppo piccoli si trasformano in pioggia, mentre quelli più grossi riescono ad arrivare al suolo.
Il meteoquiz
Ora, grazie al prezioso contributo del dottor Randi, la grandine non ha più segreti e ne approfittiamo per dedicare il nuovo meteoquiz proprio a questo fenomeno, ma prima scopriamo insieme quanti mesi estivi più freddi della media abbiamo vissuto dal 2008 al 2025: solo uno (luglio 2014), ovvero meno del 2% di tutti i mesi del periodo considerato. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che il clima non sta cambiando…



