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Un libro riaccende i sogni di chi ama l’Adamello e le sue vie del cielo

Si tratta dell’ultima pubblicazione di Paolo Amadio e Nicola Binelli, che fa il punto sulle vie classiche e moderne nella Valle del Caffaro, Valle Aperta, Valle di Daone e Valle di Breguzzo
Ruggero Bontempi
Paolo Amadio in apertura della Bugs Bunny al Coster del Poia, Val Adamè - Foto Paolo Amadio
Paolo Amadio in apertura della Bugs Bunny al Coster del Poia, Val Adamè - Foto Paolo Amadio

C’è un nuovo libro che (ri)accende sogni e desideri nei numerosi arrampicatori che frequentano il gruppo dell’Adamello. Il titolo di questa pubblicazione fresca di stampa è «Adamello - Le vie del cielo volume 2 Versante Est: vie classiche e moderne nella Valle del Caffaro, Valle Aperta, Valle di Daone e Valle di Breguzzo». Sono quasi 330 le «vie del cielo» relazionate sul volume stampato dall’editore specializzato Versante Sud (496 pagine, 39,00 euro) al quale hanno dedicato spazio, energie e tempo di scalata e redazionale i due autori Paolo Amadio e Nicola Binelli, entrambi profondi conoscitori delle pareti, della storia e delle salite che si possono affrontare tra le valli bresciane e trentine afferenti al massiccio che accoglie la vetta più alta della nostra provincia.

Per Paolo Amadio, bresciano di Bagnolo Mella, l’Adamello è «La Montagna». Con lui affrontiamo un percorso di storia e di conoscenza prezioso non solo per chi assapora il gusto dell’avventura verticale, ma anche per quanti apprezzano gli ambienti naturali e le caratteristiche del bellissimo gruppo al centro delle Alpi.

La copertina del nuovo volume
La copertina del nuovo volume

Amadio, le sue esperienze e il suo racconto e quello di Nicola Binelli sulle vie di arrampicata del versante orientale dell'Adamello hanno trovato completamento in questo secondo volume dedicato alle valli più meridionali di questo settore.

Il progetto editoriale avente per oggetto le scalate su roccia del massiccio dell’Adamello è partito nel 2014 ed è culminato con la prima edizione nel 2015 di quella che poi è divenuta, con Adamello, Le vie del cielo, di fatto una collana di guide anche se necessariamente edite da diverse case editrici. Il tutto è stato preceduto da un decennio di «azione sul campo» e dalla creazione di una base informativa culminata nell’apertura del sito www.adamellothhumantouch.it in cui sono attualmente raccolte circa 500 relazioni di vie su roccia liberamente scaricabili.

Da dove siete partiti?

Nel 2015 la guida prendeva in considerazione di fatto quasi esclusivamente la parte ovest del gruppo, cioè il versante camuno, mentre la parte est toccava la sola Val Daone, grazie alla collaborazione con l’amico Angelo Davorio, coautore e bresciano trapiantato che si è trasferito lì.

La parte est rimaneva quasi completamente esclusa. La seconda guida del 2018, avente come coautore il noto alpinista bergamasco Gianni Tomasoni, era stata di fatto un affinamento di quella del 2015 e prendeva in considerazione esclusivamente il versante camuno oltre alla «terra di mezzo» del Blumone. Gianni rimane a distanza di anni lo scalatore con il quale ho condiviso il maggior numero di nuove aperture e tra queste, senza alcun dubbio, alcune delle più significative e gratificanti. Un personaggio schivo, determinato, appassionato. Tecnicamente ineccepibile. Mai sopra le righe. Per me è stato un esempio e continuerà ad esserlo.

Come si è concretizzata l’idea del completamento?

A un certo punto è parso evidente che lasciare a metà strada il lavoro iniziato ormai più di dieci anni fa sarebbe stato un peccato. La fortuna ha voluto che incontrassi Nicola Binelli, giovane guida alpina di Pinzolo, innamorato delle sue montagne come me che, per quanto bassaiolo, quelle montagne le sento anch’io un poco mie. È stato grazie alle sue capacità e al suo entusiasmo che la guida del versante est ha preso progressivamente forma. La divisione in due volumi è stata una scelta obbligata per poter gestire su un lasso temporale più ampio il consistente lavoro che sta dietro un’opera di questo tipo.

Paolo Amadio in apertura della Mare Tranquillitatis alle Placche della luna nascente - Foto Gianni Tomasoni
Paolo Amadio in apertura della Mare Tranquillitatis alle Placche della luna nascente - Foto Gianni Tomasoni

Richiede impegno la stesura di una guida di arrampicata?

Scrivere una guida di scalate non è assolutamente uno scherzo. Ci sono dietro anni di frequentazioni, tante spese per l’attrezzatura, i viaggi e il materiale tecnico; le ripetizioni di vecchi itinerari e l’apertura di nuove vie. È inoltre necessaria la consultazione delle fonti (dalle poche guide in circolazione, molte vecchie di decenni, ai libri dei rifugi e dei bivacchi, agli articoli delle riviste specializzate), e centinaia di ore passate al computer per correggere, confrontare, redigere testi e relazioni, selezionare fotografie, tracciare i percorsi sulle immagini, correggere più volte le bozze.

Se non hai dentro una fortissima passione, al limite del fanatismo, per quello che fai, non inizi neppure. E se punti al compensazione economica è meglio lasciare perdere.

Avete scritto che «l'Adamello è un luogo magico per arrampicare». Quali sono i fattori che dettagliano questa magia?

L’Adamello per decenni è stato la patria dell’alpinismo «piccozza e ramponi». Era visto come il naturale serbatoio di grand course sui suoi meravigliosi pianori glaciali e per le sue sterminate valli. L’arrampicata sicuramente c’era, ma era limitata alle salite classiche su pareti mitiche come la Nord dell’Adamello e altre sparpagliate. Poi a metà degli anni ’80 è scattata la «rivoluzione» del «nuovo mattino adamellino» nella bellissima Val Salarno.

Il «nuovo mattino» è stato un movimento arrampicatorio, oltre che culturale e di costume, che ha visto la luce nella mitica Val di Mello nel massiccio del Masino-Bregaglia in Valtellina. Lì, tra la fine degli anni ‘70 e nel decennio seguente, si è sviluppata una corrente sportiva che vedeva nella progressione su roccia in arrampicata libera, dunque senza utilizzare lo stile di progressione artificiale che aveva dominato negli anni precedenti, il modo «nuovo» di affrontare le pareti. Le «protezioni veloci», cioè quelle mobili che vengono piazzate in fase di progressione nella roccia sfruttandone la conformazione naturale dal primo di cordata e poi tolte dal secondo che lo segue, erano un mezzo per garantire alla cordata un accettabile livello di sicurezza. Ma l’obiettivo era arrampicare il più possibile senza avvalersene, dunque con la sola forza delle proprie braccia e delle proprie mani. In quell’epoca in Val di Mello furono realizzate centinaia di ascensioni molte delle quali rimangono ancora oggi salite di riferimento per l’impegno richiesto e per la bellezza degli ambienti in cui si sviluppano.

Dove ha iniziato a prendere forma questa nuova visione nel gruppo dell’Adamello?

Qualcosa di simile, anche se in misura più contenuta e localizzata, si è mosso nella Val Salarno grazie a scalatori di gran classe quali Alessandro Zizioli, Silvio Fieschi, i fratelli Mario e Massimo Roversi, Alberto Damioli e Francesco Cavalli, solo per citarne alcuni. Il loro testimone è stato preso in consegna da altri scalatori più giovani pochi anni dopo. Tra questi è spiccata per l’importanza delle salite per le difficoltà affrontate la fortissima cordata formata da Matteo Rivadossi e Beppe Chiaf. Negli anni seguenti sono stati aperti tanti itinerari su entrambi i versanti del gruppo, e ad oggi il numero delle vie presenti, almeno di quelle note, si avvicina al migliaio, con una varietà di scelta vastissima che va dalle salite plaisir, cioè di difficoltà contenuta accessibili a molti scalatori, fino alle vie di elevato impegno psico-fisico che non hanno nulla da invidiare ad altre più famose realizzazioni.

In che modo la roccia contribuisce a creare questa varietà di opzioni?

La qualità della roccia dell’Adamello, generalmente da buona ad eccellente, soprattutto per quanto attiene le vie moderne, la malia degli ambienti naturali in cui si arrampica, in molti casi lontano da caos, rumori molesti e sovraffollamento, sono fattori che contribuiscono a rendere l’Adamello un luogo dove la magia la si averte con tutti i sensi, oltre che con il tatto mentre si accarezzano i cristalli salendo le pareti.

Cosa rappresenta il Cornone di Blumone per l'alpinismo bresciano? La richiodatura della Via dei Bagossi realizzata da alcuni alpinisti del Circolo Rocciatori Ugolini di Brescia ha contribuito a ridare ulteriore visibilità alle sue pareti?

Il Blumone è da sempre stato oggetto di grande attenzione da parte degli scalatori soprattutto bresciani, e le sue pareti sono ad oggi tappezzate di itinerari per tutti i gusti e di ogni difficoltà. È una montagna giustamente molto amata ed apprezzata, e indubbiamente uno dei «santuari» della scalata bresciana.

Come sempre da me sostenuto e fattivamente dimostrato, l’interesse per una parete o una montagna passa poi anche necessariamente per la riconsiderazione di itinerari classici ormai dimenticati, un’opera decisamente più meritevole e sensata rispetto alla volontà di incaponirsi ad aprire vie nuove in aree già palesemente sfruttate ed intasate di itinerari.

Il risultato massimo in quest’opera di «recupero» sarebbe quello di rispettare appieno la metodologia con la quale tali itinerari sono stati aperti. Ma qui entriamo in un terreno minato dove sparigliano le più diverse ed opposte opinioni e fazioni e non ritengo utile entrarci. Operazioni come la riattrezzatura della Via dei Bagossi ritengo non possano che allargare il vaglio dell’offerta arrampicatoria a vantaggio di una più ampia possibilità di fruizione e scelta. Dunque le condivido appieno. Ma questa è una mia opinione personale e come tale vale. Anche se ritengo sia ampiamente condivisa.

Manuel Tanghetti in apertura della Starlight alla Torre Rossa del Dosson, Valle di San Valentino - Foto Paolo Amadio
Manuel Tanghetti in apertura della Starlight alla Torre Rossa del Dosson, Valle di San Valentino - Foto Paolo Amadio

È anche la roccia particolare del Blumone a comporre il suo fascino?

Il Cornone di Blumone è una realtà a sé stante in Adamello. Un massiccio nel massiccio. Un luogo di inconfondibile peculiarità per il tipo di roccia, un grano-diorite più antico rispetto alla massa plutonica della zona centrale del massiccio ed interessato da fenomeni di metaformismo di contatto. Spiegato in parole semplici da un non addetto ai lavori, quando la massa dei plutoni adamellini, cioè delle rocce granitiche formatesi nel sottosuolo, emersero nell’ambito del più vasto fenomeno dell’orogenesi della Catena Alpina, nelle zone limitrofe del massiccio l’elevarsi del nucleo granitico centrale impattò con preesistenti e più antiche masse di rocce sedimentarie. L’attrito generò processi di compressione tali da modificare la struttura originaria di queste rocce dando luogo a fenomeni definiti «di contatto».

Le zone periferiche del massiccio dell’Adamello ne sono ricchissime; dai marmi saccaroidi della Val Trivena e della Val Adamè, ai dioriti rossastri del sottogruppo delle Granate nel Gruppo del Baitone fino alle bianche rocce calcaree della Val Cadino. Una varietà litica impressionante. Il Blumone è dunque costituito da una roccia che ha risentito di questi processi stante la sua posizione ai limiti meridionali del massiccio. È generalmente più frazionata e articolata della tonalite, con i pro e contro del caso. Quando si presenta solida offre una progressione molto divertente con abbondanza di appigli ed appoggi. Di converso va sempre prestata massima attenzione al detrito generalmente presente in zone meno verticali; dove si manifestano condizioni più propriamente dolomitiche che adamelliche.

Lei e Nicola Binelli avete dedicato ampio spazio alle salite che si possono effettuare nella Valle di Daone, storicamente e anche oggi molto frequentata dagli scalatori bresciani che sulle sue pareti hanno aperto vie di notevole interesse e difficoltà. Cosa rende così affascinante questa valle? E quali salite sono imperdibili a suo giudizio?

La Val Daone, non me ne vogliano gli amici trentini, è stata per decenni, arrampicatoriamente parlando, una sorta di exclave bresciana. Sicuramente si sono cimentate anche figure di primissimo piano dell’alpinismo trentino, basti pensare ad Ermanno Salvaterra, ma gli alpinisti bresciani ne hanno fatto tradizionalmente un luogo prediletto. Da Pierangelo Battaini a Silvio Fieschi, da Matteo Rivadossi ad Alberto Damioli, da Bonaglia Danilo (in compagnia del forte cremonese Ivan Maghella) a Angelo Davorio, sono numerosi gli scalatori di casa nostra che hanno realizzato ascensioni di primo livello sulle pareti della Val Daone, soprattutto sul siderale muro dello Scoglio di Boazzo, vera icona dell’arrampicata estrema del massiccio. A seguire in anni più recenti anche io ho portato un piccolo contributo, con vie sicuramente meno importanti per ingaggio e impegno tecnico, ma che per bellezza arrampicatoria e accessibilità contano numerose ripetizioni ogni stagione.

La peculiarità della valle consiste nella grande varietà di salite e di ambienti in cui ci si muove, perché ridurla alla sua struttura più rappresentativa sarebbe errato. La Val Daone non è solo il pur splendido e vertiginoso appicco dello Scoglio di Boazzo. Ne fanno degnamente parte, arrampicatoriamente parlando, anche altre strutture di notevole interesse come lo Scoglio di Lert, la vasta Parete del V Tornante (con vie da 500 metri di sviluppo con 5 minuti di avvicinamento), le recenti scoperte del Castello del Re o della Guglia della Meda. E poi soprattutto, a superlativo corollario del solco principale, ci sono le due valli laterali di Leno e Danerba, luoghi raggiungibili in circa un’ora di cammino con strutture di livello primario come la guglia de La Cingla, e altre minori ma di sicuro interesse come La Torre dei Larici o La Piramide in Val Danerba, o gli Scudi del Gellino in Val di Leno. Qui si arrampica in luoghi distanti dalla notorietà, ma immersi in ambienti naturali intatti, di fascino facilmente avvertibile e su roccia di qualità eccellente. La recente valorizzazione ne fa anche luoghi dove la qualità dell’attrezzatura presente sulle vie è generalmente elevata, anche se si tratta sempre e comunque di ascensioni dove la valutazione degli ancoraggi presenti in parete deve essere sempre presente.

Quali sono a suo giudizio le salite imperdibili sulle pareti della Val Daone?

Sicuramente le creazioni di alta difficoltà dei bresciani Fieschi e Rivadossi sullo Scoglio di Boazzo. Tra le vie più abbordabili quelle divertenti e di facile accesso sulla Parete della Cascata di Danerba o sulla Placca degli Sturdic. C’è n’è per tutti i gusti e le per le più diverse capacità!

Una parte del territorio sotteso da questa nuova guida si colloca all'interno di aree protette, il Parco dell'Adamello sul versante bresciano e il Parco Naturale Adamello Brenta su quello trentino. L'arrampicata è sempre dialogante con le esigenze dell'ambiente naturale? Ci sono comunque accortezze da seguire?

Il tema della tutela dell’ambiente naturale è un argomento ormai quasi inflazionato. Reputo che chiunque razionalmente tenga alla propria esistenza e a quella dei propri cari non possa che sposare tale argomento e muoversi di conseguenza. Al contempo il sistema economico e valoriale in cui siamo giocoforza immersi e con il quale ci troviamo a confrontarci ogni giorno è chiaramente antitetico a tale esigenza.

Il graduale «assalto antropico» alle alte terre è sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano il costante ampliamento negli ultimi decenni delle stazioni sciistiche, l’edificazione sempre più diffusa dei fondovalle e non solo, la creazione ex-novo o l’ampliamento di strade forestali, poderali e di altro tipo, il vergognosamente assecondato utilizzo a quote sempre più alte di mezzi motorizzati di ogni tipo e forma (dagli enduro che devastano sentieri faticosamente creati nei secoli alle motoslitte che ammorbano l’aria in un caos infernale di intollerabile rumore – il prezioso altipiano del nostro Maniva in inverno da anni ne è un triste esempio con una situazione che pare ormai totalmente fuori controllo). Questi sono i fenomeni a cui stiamo assistendo. Purtroppo, al di là dei bei proclami e delle dichiarazioni da Libro Cuore, pare che il processo sia irreversibile. Le autorizzazioni e le deroghe tese ad impattare sulle aree protette continuano copiosamente ad affluire dagli enti decisionali, siano essi di derivazione regionale, provinciale o comunale, dettate da meri interessi economici talvolta ridicolmente ammantate da «valorizzazioni» o «ri-valorizzazioni» di ambienti che verranno ulteriormente incisi, assaltati e devastati. Purtroppo in questo processo chi vive da vicino le montagne e le abita risulta compresso fra esigenze vitali e timori di isolamento.

Michele Locatelli in apertura della Il giardino degli angeli al Coster Occidentale del Dosson, Valle di San Valentino
Michele Locatelli in apertura della Il giardino degli angeli al Coster Occidentale del Dosson, Valle di San Valentino

Il fenomeno di iper-concentrazione della ricchezza non lascia ovviamente esuli le nostre montagne. Pochi incasseranno somme immani (generalmente di derivazione pubblica); molti si ritroveranno a vivere con le briciole della «valorizzazione» al prezzo di ambienti naturali irrimediabilmente perduti; per sé e per i propri eredi. Dunque ritengo che sia il modello in sé fondamentalmente errato.

In che termini si pone l’arrampicata in tale situazione?

La scalata è uno sport che non necessita dello spianamento di intere colline, dell’azzeramento di boschi secolari, dell’escavazione di versanti, della canalizzazione di torrenti per l’alimentazione di bacini di raccolta per l’innevamento artificiale. Non necessita di investimenti milionari. Questo al pari dell’escursionismo, dello scialpinismo e del ciclismo, attività che rientrano in un approccio alla montagna che passa per il «magico filtro della fatica», per dirla alla Messner. Ci si augura che una massa critica di praticanti di queste discipline possa costituire in futuro un argine ai processi di sfruttamento, depauperamento e lesione ambientale che paiono purtroppo continuare e ad essere il leitmotiv nella gestione delle nostre montagne. Un patrimonio che va necessariamente conosciuto, apprezzato e vissuto affinché possa essere in futuro difeso con maggiore efficacia di quanto fatto finora. Perché le montagne e più ampiamente gli ambienti naturali non ci appartengono. Siamo noi ad appartenervi. E distruggerli significa farci solo del male. E fare del male a chi verrà dopo di noi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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