Opinioni

Vertice Trump e Xi, rivalità che non si ferma ma che va governata

La visita del presidente degli Stati Uniti in Cina è uno degli eventi diplomatici dell’anno. Ma con molte incognite
Antonio Fiori

Antonio Fiori

Editorialista

Donald Trump e Xi Jinping - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump e Xi Jinping - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La visita di Donald Trump in Cina rappresenta uno degli eventi diplomatici più significativi degli ultimi mesi non tanto per la possibilità concreta di una svolta nelle relazioni sino-americane, quanto perché fotografa perfettamente la fase storica attraversata dal sistema internazionale: un contesto in cui competizione strategica, interdipendenza economica e instabilità geopolitica si sovrappongono continuamente senza più riuscire a essere separate.

— Fox News (@FoxNews) May 11, 2026

È proprio questo il primo elemento da comprendere. L’incontro tra Trump e Xi Jinping non avviene in una fase di «distensione» tra Washington e Pechino. Al contrario, la rivalità tra le due potenze resta strutturale e probabilmente irreversibile nel medio periodo. Stati Uniti e Cina continuano a percepirsi reciprocamente come i principali ostacoli ai propri obiettivi strategici: Washington considera Pechino il vero challenger globale capace di erodere il primato americano sul piano tecnologico, economico e militare; la leadership cinese interpreta invece la strategia statunitense come un tentativo di contenimento volto a impedire la trasformazione della Cina in una superpotenza pienamente autonoma.

Cooperazione obbligata

Eppure, paradossalmente, proprio mentre la competizione si intensifica, aumenta anche la necessità di cooperazione reciproca. È questo il vero sfondo politico della visita. Trump arriva a Pechino in un momento estremamente delicato per gli Stati Uniti: la crisi con l’Iran continua a produrre effetti destabilizzanti sul mercato energetico globale, le tensioni nello Stretto di Hormuz mantengono alta la pressione sui prezzi del petrolio e l’economia internazionale teme nuove spinte inflazionistiche e rallentamenti della crescita. In questo scenario, la Cina non è soltanto il grande rivale strategico americano; è anche un attore indispensabile per la gestione della crisi.

Pechino possiede infatti una posizione unica sul dossier iraniano. È il principale acquirente del petrolio iraniano, mantiene rapporti economici e diplomatici profondi con Teheran e, soprattutto, dispone di canali politici che Washington non possiede più da tempo. Questo non significa che la Cina possa «risolvere» la crisi mediorientale, ma implica che nessuna strategia americana di stabilizzazione regionale possa ignorare completamente il ruolo cinese.

Da questo punto di vista, la visita di Trump contiene anche un riconoscimento implicito dei limiti della potenza americana contemporanea: gli Stati Uniti restano la principale potenza militare globale, ma non riescono più a controllare autonomamente tutti i principali teatri strategici internazionali.

La questione energetica diventa quindi centrale non soltanto sul piano economico, ma anche su quello geopolitico. La Cina dipende fortemente dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico e teme profondamente un’interruzione prolungata delle rotte marittime regionali. Allo stesso tempo, però, Pechino osserva la crisi iraniana anche come un’opportunità strategica. La leadership cinese ritiene infatti che l’instabilità mediorientale stia accelerando un processo più ampio di erosione dell’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Xi Jinping cercherà probabilmente di utilizzare il summit per rafforzare l’immagine della Cina come potenza stabile, pragmatica e responsabile, contrapponendola implicitamente a una Washington percepita da molti attori globali come più imprevedibile e militarizzata. Questo però non elimina affatto gli altri fronti di tensione.

Competizione

La visita si svolge mentre prosegue una durissima competizione tecnologica tra le due potenze. Il vero nucleo della rivalità sino-americana non riguarda più semplicemente il commercio tradizionale, ma il controllo delle infrastrutture strategiche del XXI secolo: semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale, quantum computing, reti digitali e supply chains critiche. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare le restrizioni tecnologiche contro la Cina, convinti che la superiorità industriale e scientifica rappresenti oggi la vera base del potere geopolitico. Pechino, dal canto suo, considera queste misure come la prova definitiva dell’intenzione americana di bloccare la sua ascesa.

In questo quadro, anche eventuali accordi commerciali avranno probabilmente un valore soprattutto tattico. Potrebbero emergere intese limitate sui dazi, sulle esportazioni agricole o sulla stabilizzazione finanziaria, ma difficilmente il summit produrrà una trasformazione strutturale del rapporto bilaterale. La logica della competizione strategica resterà dominante.

Lo stesso vale per Taiwan, che continuerà inevitabilmente a rappresentare il punto più pericoloso dell’intera relazione sino-americana. Tuttavia, sarebbe riduttivo leggere la visita esclusivamente attraverso il dossier taiwanese. Certamente la questione sarà presente nei colloqui: Pechino considera la riunificazione un obiettivo politico centrale della «rinascita nazionale» cinese, mentre Washington vede Taiwan come un elemento essenziale della propria architettura strategica nell’Indo-Pacifico. Ma oggi Taiwan si inserisce dentro una dinamica molto più ampia, nella quale sicurezza regionale, crisi energetiche, competizione tecnologica e ridefinizione dell’ordine internazionale sono ormai strettamente intrecciate.

È proprio questa interconnessione a rendere il summit particolarmente significativo. La visita di Trump non riguarda un singolo dossier, ma la difficoltà crescente di gestire simultaneamente crisi diverse in un sistema internazionale sempre più frammentato. Medio Oriente, Indo-Pacifico, tecnologia, commercio ed energia non costituiscono più ambiti separati della politica internazionale; sono diventati dimensioni interdipendenti della stessa competizione globale.

Anche la dimensione simbolica della visita sarà fondamentale. La diplomazia cinese attribuisce enorme importanza alla rappresentazione della gerarchia internazionale e alla costruzione dell’immagine di prestigio. Xi Jinping cercherà di mostrare una Cina sicura della propria centralità e ormai indispensabile nella governance globale. Trump, invece, tenterà di utilizzare il viaggio per rafforzare la propria immagine di leader capace di negoziare direttamente con i grandi rivali degli Stati Uniti. Entrambi useranno il summit anche per obiettivi di politica interna, ma il significato reale dell’incontro va molto oltre la comunicazione politica.

Evitare la crisi

Alla fine, il vertice difficilmente produrrà una riconciliazione strategica tra Washington e Pechino. La competizione tra le due potenze è ormai troppo profonda per essere superata attraverso un singolo incontro diplomatico. Tuttavia, proprio per questo motivo, la visita assume un’importanza ancora maggiore. In una fase caratterizzata da guerre regionali, crisi energetiche, tensioni commerciali e polarizzazione geopolitica, il semplice mantenimento di un dialogo diretto tra Stati Uniti e Cina diventa esso stesso un elemento di stabilizzazione internazionale. Il problema centrale non è più capire se la rivalità sino-americana possa essere fermata. Quella fase è ormai superata.

La vera questione è se le due potenze riusciranno a impedire che questa competizione si trasformi in una crisi sistemica incontrollabile. È dentro questa logica, molto più che nella ricerca di accordi immediati, che va interpretata la visita di Trump a Pechino.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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