Nella teatrale storia delle relazioni internazionali, pochi gesti hanno incarnato lo scontro politico quanto quello attribuito a Nikita Kruscev durante una tumultuosa sessione dell’Onu nell’autunno del 1960. Nel pieno della Guerra fredda, il confronto tra i due blocchi non si combatteva solo attraverso la diplomazia, strategie nucleari, crisi periferiche o competizione ideologica, ma anche mediante il linguaggio dei simboli. Secondo un episodio divenuto memoria politica del Novecento, il leader sovietico, irritato dalle accuse rivolte a Mosca sul tema del dominio sui popoli dell’Europa orientale, si tolse una scarpa e la batté ripetutamente sul banco dell’Assemblea Generale.
Eppure, pur avendo consegnato alla storia l’icona più spettacolare del no sovietico, il vero Mr. «Nyet» fu Andrei Gromyko, ministro degli Esteri dell’Urss dal 1957 al 1985, diplomatico impenetrabile, celebre per la durezza negoziale e per l’uso sistematico del veto. Se Kruscev incarnò il rifiuto come gesto, Gromyko lo trasformò in dottrina. Il primo mise in scena il «no»; il secondo lo rese procedura, tecnica negoziale, strumento permanente di pressione.
È dentro questa genealogia – il rifiuto come spettacolo e come metodo – che si può leggere oggi l’opposizione di Benjamin Netanyahu al piano di pace tra Stati Uniti e Iran. Il paragone non riguarda l’ideologia, ma la funzione politica del diniego. Netanyahu non dispone di un veto formale sul negoziato tra Washington e Teheran. Eppure il suo «no» non è soltanto una dichiarazione di dissenso: è un atto politico destinato a ridefinire i termini stessi della trattativa. Non è casuale che proprio dalla tribuna dell’Onu nel 2012 avesse mostrato il celebre diagramma della bomba iraniana, tracciando una linea rossa davanti alla comunità internazionale. Da allora, il dossier iraniano è rimasto l’asse della sua identità politica: la convinzione di essere il leader chiamato a vedere prima degli altri la minaccia esistenziale rappresentata da Teheran e a impedirne l’irreversibilità.
Formalmente, gli interlocutori diretti sono Stati Uniti e Iran, con la mediazione indiretta del Pakistan. Washington cerca di fermare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz, evitare una guerra regionale più ampia e riportare il dossier nucleare entro una cornice negoziale. La proposta americana prevede una moratoria ventennale sull’arricchimento dell’uranio, la rimozione delle scorte già accumulate e lo smantellamento di infrastrutture nucleari. Teheran chiede invece la fine del conflitto, la revoca delle sanzioni e il mantenimento di una deterrenza residua, fondata in larga parte sull’arsenale missilistico. Condizioni che Trump ha giudicato totalmente inaccettabili, mentre Netanyahu ha ribadito che il lavoro non è ancora finito.
Le motivazioni dell’opposizione di Netanyahu sono almeno tre. La prima, da sempre dichiarata, è impedire che l’Iran conservi una capacità nucleare rigenerativa. Per Israele il problema è rappresentato dalle competenze materiali, infrastrutture e coperture diplomatiche attraverso cui Teheran potrà ricostruire nel tempo la propria capacità di soglia. Un semplice congelamento del programma non elimina la minaccia: la rinvia. La seconda è più profonda: il Premier israeliano non separa il dossier nucleare dalla natura stessa del regime che resta l’epicentro di una rete regionale ostile. Finché quel centro resta intatto, ogni accordo è visto come tregua provvisoria. Gerusalemme teme una pace che stabilizzi Teheran e rafforzi l’ala oltranzista oggi al potere, quella della nuova generazione dei Pasdaran che ha soppiantato la componente religiosa. La terza motivazione è interna. Netanyahu ha costruito per decenni la propria identità politica sull’idea di essere il leader che vede prima degli altri la minaccia iraniana e ha il coraggio di affrontarla.
Accettare un accordo che lasci l’Iran strategicamente intatto, con capacità residue e proxy attivi, lo esporrebbe a una doppia accusa: l’opposizione potrebbe sostenere che ha trascinato il paese in una guerra senza vittoria; la destra nazionalista di essersi fermato prima della neutralizzazione del nemico. La sua opposizione al piano americano serve anche a preservare la propria posizione domestica. Il contrasto con l’alleato è netto. Gli Usa possono permettersi una logica di gestione del rischio: evitare l’escalation, ridurre i danni economici, impedire che la crisi travolga il Golfo e i mercati energetici. Lo stato ebraico ragiona secondo una logica di eliminazione della minaccia.
Per Trump un accordo imperfetto può essere meglio di una guerra aperta; per Netanyahu può essere peggio di una guerra incompiuta, perché vincola Israele senza disarmare l’Iran. In questo quadro, il «nyet» di Netanyahu assume il suo significato più pieno. Non è un rifiuto emotivo. È una strategia. Come Kruscev, Netanyahu comprende la forza performativa del dissenso pubblico. Come Gromyko, comprende che dire no può essere un modo per riscrivere le condizioni del negoziato.




