Il successo dell’AI in Italia passa da ricerca e competenze

L’Italia si trova oggi a un bivio decisivo nel panorama globale dell’intelligenza artificiale, oscillando tra eccellenze infrastrutturali di livello mondiale e fragilità strutturali che rischiano di frenarne lo slancio.
Secondo il Rapporto «L’Italia nell’era dell’AI» della Fondazione Leonardo, curato da Luciano Floridi e Micaela Lovecchio, il Paese vanta asset strategici unici: è l’unica nazione europea a ospitare due supercomputer nella top 5 continentale, ovvero HPC6 di Eni e Leonardo del Cineca, garantendo una capacità di calcolo sovrana senza eguali. A questo si aggiunge un primato normativo assoluto: con la Legge 132/2025 l’Italia è stata il primo Stato membro dell’Unione europea a dotarsi di una disciplina organica sull'AI, anticipando e integrando il Regolamento europeo (AI Act) per offrire certezze legali a imprese e cittadini.
I dati
Il mercato nazionale ha risposto con vigore, raggiungendo nel 2024 un valore di 1,2 miliardi di euro, +58% rispetto all’anno precedente. Tuttavia la trasformazione economica viaggia a due velocità: se le grandi imprese mostrano un tasso di adozione del 53,1%, le piccole e medie imprese si fermano al 15,7%, scontando barriere legate a competenze, costi e qualità dei dati.
Questa frammentazione è accompagnata da una preoccupante dipendenza tecnologica dall’estero per l’hardware e da un divario salariale critico: i professionisti dell’AI in Italia percepiscono compensi inferiori del 40-50% rispetto ai colleghi in Germania o nel Regno Unito, un fattore che alimenta una sistematica fuga di talenti. Per colmare questo gap il Rapporto propone obiettivi ambiziosi entro il 2030, tra cui il raggiungimento di un mercato da 5 miliardi di euro e un’adozione diffusa nelle imprese tra il 65% e il 75%.
In questo contesto la strategia italiana non può puntare alla competizione frontale con i giganti Usa e Cina sui modelli generalisti, ma deve focalizzarsi sulla differenziazione in settori verticali di eccellenza come la manifattura 4.0, la sanità, l’agroalimentare e il patrimonio culturale.
Un pilastro fondamentale di questa «via italiana» è lo sviluppo di large language model nazionali «come Minerva, Velvet, Italia e FastwebMIIA» sottolinea il rapporto, essenziali per garantire sovranità tecnologica e soluzioni adatte alla lingua e al contesto normativo locale. Anche la Pubblica amministrazione sta tracciando una strada innovativa, con istituzioni come la Camera dei Deputati che adottano sistemi di intelligenza artificiale per la gestione delle informazioni, privilegiando trasparenza e centralità umana.
Le risorse
Per sostenere questa crescita, sono necessarie risorse stimate tra 800 milioni e 1,2 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, destinati a fondi di Venture capital, incentivi fiscali per il rientro dei cervelli e potenziamento della ricerca. Guardando però oltre il medio termine, la visione per il 2035 prefigura un mercato nazionale da 10 miliardi di euro, sostenuto da una riduzione del divario territoriale tra Nord e Sud grazie alla creazione di hub di eccellenza diffusi nel Mezzogiorno.
«Tale evoluzione richiede però una continuità nelle politiche industriali e un investimento pubblico cumulativo di almeno due miliardi di euro nel decennio 2026-2035 – recita il testo del rapporto –. La sfida è sia economica sia culturale: occorre trasformare l’alfabetizzazione digitale, oggi ancora disomogenea, in una competenza di base per oltre la metà dei cittadini, garantendo che l’intelligenza artificiale diventi un supporto inclusivo ai servizi pubblici e non un fattore di ulteriore esclusione sociale.
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