«Socialismo di mercato e pace: la Cina vince la sfida agli Usa»

Non espansionismo, meritocrazia, «socialismo di mercato». Sono i tre pilastri sui quali, secondo Pino Arlacchi, la Cina ha fondato la crescita che in una cinquantina d’anni l’ha resa «la massima superpotenza industriale del pianeta» e «la prima economia del mondo».
Arlacchi – sociologo di fama internazionale, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite dove ha diretto l’Ufficio per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine – dichiara la sua «infatuazione» per la civiltà cinese. La studia «da più di mezzo secolo» e ha scritto un libro, «La Cina spiegata all’Occidente» (Fazi editore, 528 pp., 20 euro), per «aiutare il lettore a orientarsi nella marea di approssimazioni, stereotipi e false narrative» che a suo parere circondano quel Paese. Lo presenterà mercoledì 15 aprile alle 20.45 nella Biblioteca comunale di Sirmione (ingresso gratuito, prenotazione richiesta su eventbrite.it), dove aprirà con Alessandro Belmonte la rassegna «Equilibri. Dialoghi sulle fratture del mondo contemporaneo». Ecco la sua visione.
Dottor Arlacchi, cosa non capisce l’Occidente della Cina?
Si continua a non capire che la Cina non è una replica degli Stati Uniti. Dicono che è un sistema capitalistico, un Paese espansionista e imperiale come gli Usa. È un errore dovuto in gran parte all’ignoranza della storia e della cultura cinese. Io ho cercato di colmare questa lacuna.
Afferma che la Cina non è afflitta dal demone occidentale «della conquista e della predazione di territori e risorse altrui»…
I cinesi hanno sempre pensato di vivere in un mondo nel quale ci sono anche altri, con i quali bisogna convivere e dialogare. Non credono di detenere il monopolio della verità, e tanto meno di dover portare agli altri la buona novella. In 2100 anni di impero, in Cina non c’è mai stata una guerra di religione. La Cina non ha mai fatto guerre all’estero, eccetto un breve conflitto con il Vietnam nel 1979. Il maggiore progetto estero cinese è la Belt and Road Initiative, un progetto commerciale di pace fondato su investimenti in opere di pubblica utilità, che le ha portato un enorme consenso politico.
Non vede, quindi, il rischio di un conflitto militare fra Cina e Stati Uniti?
No, perché gli Stati Uniti sono consapevoli che perderebbero alla grande una guerra contro la Cina. Il bilancio militare cinese è inferiore a quello degli Usa, ma l’apparato bellico è enormemente più avanzato. Per fare la guerra, inoltre, bisogna essere in due, e la Cina non ha alcuna intenzione di farla.
Taiwan spotted Chinese warplanes as Xi met opposition leader in Beijing https://t.co/XGI4aopNXm https://t.co/XGI4aopNXm
— Reuters (@Reuters) April 11, 2026
Anche nella guerra in Iran ha avuto un approccio diplomatico discreto…
La Cina si è mantenuta dietro le quinte. Non si è schierata apertamente a favore dell’Iran, anche perché questo avrebbe significato una guerra mondiale. Ha preferito sedersi sulla riva del fiume, aspettando di veder passare il cadavere degli Stati Uniti.
Lei sostiene che la Cina pratica un «socialismo di mercato con caratteristiche cinesi». In cosa consiste?
In un’economia di tipo mercantile capitalistico con un governo socialista. Questa è la forza della Cina: gli eccessi e gli errori del capitalismo vengono emendati dall’intervento del governo e dall’economia pianificata che manda avanti il Paese a tassi di sviluppo impensabili in Europa, senza crisi, con un’attenzione al benessere collettivo e al progresso tecnologico che da noi non esiste.

In questo senso, un capitolo importante riguarda lo sradicamento della povertà.
Sono stati sottratti alla povertà 850 milioni di persone, la più grande rivoluzione sociale nella storia, investendo in progetti efficaci e creando una situazione di consenso verso il governo che mi fa definire la Cina una democrazia popolare e non una dittatura. È vero che non ci sono libertà politiche, mancano un sistema partitico, uno Stato di diritto, la separazione dei poteri, elezioni politiche all’occidentale; ciò non toglie che ci sia un governo del popolo. I cittadini cinesi contano più di quelli dell’Occidente perché i loro interessi vengono perseguiti in modo molto più serio, approfondito e reale.
Scrive anche che tanti nostri premier in Cina non farebbero carriera…
Personaggi come Trump o Biden in Cina non raggiungerebbero il governo di una città, per non parlare dei leader europei. È un sistema meritocratico, solo i politici migliori e più capaci vanno avanti. Senza una leadership adeguata, un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti, partito dall’essere il più povero del mondo, non sarebbe diventato in poco più di 50 anni il più prospero e potente del pianeta.
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