La Cina fra Medio Oriente e Taiwan: geometrie variabili, visione unitaria

Pechino modula il comportamento in base a grado di interesse vitale in gioco e rischi accettabili
Il presidente cinese Xi Jinping e la leader del Kuomintang Cheng Li-wun - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente cinese Xi Jinping e la leader del Kuomintang Cheng Li-wun - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nel giro di pochi giorni, due eventi apparentemente scollegati hanno riportato la Cina al centro della scena internazionale: da un lato, l’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, con un confronto diretto già in atto ma ancora contenuto tra Iran e il blocco Stati Uniti-Israele, e il rischio di una sua trasformazione in guerra aperta; dall’altro, l’incontro a Pechino tra Xi Jinping e Cheng Li-wun, presidentessa del Kuomintang, il partito conservatore taiwanese. Due dossier lontani geograficamente, ma che, letti insieme, offrono una chiave interpretativa utile per comprendere la natura della strategia globale cinese nel 2026.

La strategia

La prima impressione è quella di una postura contraddittoria. In Medio Oriente, Pechino appare cauta, quasi defilata: invoca il dialogo, insiste sulla de-escalation, evita accuratamente qualsiasi coinvolgimento diretto. Nello Stretto di Taiwan, al contrario, si mostra sempre più attiva e politicamente assertiva, cercando di influenzare le dinamiche interne dell’isola. In realtà, questa apparente incoerenza nasconde una logica strategica piuttosto lineare: la Cina modula il proprio comportamento in base al grado di interesse vitale in gioco e al livello di rischio accettabile.

Nel caso mediorientale, la posta in gioco per Pechino è elevata ma indiretta. La Cina è oggi il principale importatore mondiale di energia e dipende in misura significativa dal Golfo Persico. Una destabilizzazione prolungata della regione – soprattutto se accompagnata da tensioni nello Stretto di Hormuz – rappresenterebbe un grave shock per l’economia cinese.

Allo stesso tempo, Pechino ha costruito negli ultimi anni una rete di relazioni economiche e diplomatiche che attraversa l’intero Medio Oriente: dall’Iran all’Arabia Saudita, dagli Emirati a Israele. Questa posizione trasversale le consente di dialogare con tutti, ma la espone anche al rischio di perdere credibilità qualora fosse percepita come schierata.

È in questo contesto che va letta la prudenza cinese. Pechino non intende sostituire gli Stati Uniti come garante della sicurezza regionale – un ruolo costoso e rischioso – ma cerca piuttosto di accreditarsi come attore responsabile e stabilizzatore. La diplomazia cinese insiste su principi come la sovranità, la non interferenza e il multilateralismo, ma dietro questa retorica si intravede un calcolo preciso: mantenere aperti i canali con tutti gli attori, preservare l’accesso alle risorse energetiche e, soprattutto, evitare che il conflitto sfugga di mano.

Questione identitaria

Diversa è la logica che guida l’azione cinese su Taiwan. Qui non si tratta di interessi economici o di stabilità regionale, ma di una questione che tocca il cuore della legittimità politica del Partito Comunista Cinese.

Taiwan rappresenta per Pechino un dossier identitario, legato alla narrativa della riunificazione nazionale e al superamento delle «umiliazioni storiche». In questo contesto, il margine di compromesso è molto più ristretto e il livello di rischio che la leadership cinese è disposta ad accettare risulta inevitabilmente più elevato.

L’incontro tra Xi Jinping e la leader del Kuomintang si inserisce proprio in questa strategia. Non si tratta di un semplice gesto simbolico, ma di un tentativo deliberato di intervenire nelle dinamiche politiche interne taiwanesi. Dialogando con l’opposizione e aggirando il governo guidato dal Partito Democratico Progressista, Pechino cerca di costruire un canale alternativo di comunicazione e influenza. L’obiettivo non è soltanto migliorare le relazioni tra le due sponde dello Stretto, ma anche rafforzare quelle forze politiche che, pur senza accettare esplicitamente la riunificazione, risultano più aperte al dialogo con la Cina continentale.

Questa strategia di «penetrazione politica» si affianca alla più tradizionale pressione militare e diplomatica. Negli ultimi anni, la Cina ha intensificato le attività militari intorno all’isola, aumentando il numero di incursioni aeree e le esercitazioni navali. Parallelamente, ha cercato di isolare Taiwan sul piano internazionale, riducendo il numero di Paesi che ne riconoscono formalmente il governo. L’apertura verso il Kuomintang rappresenta quindi un terzo pilastro di questa strategia: meno visibile, ma potenzialmente altrettanto incisivo.

Ridefinire le regole

Se si mettono insieme i due scenari, Medio Oriente e Taiwan, emerge con maggiore chiarezza la natura della proiezione internazionale cinese. Pechino non è una potenza revisionista nel senso classico, intenzionata a rovesciare l’ordine internazionale attraverso l’uso della forza. Ma non è nemmeno una potenza puramente status quo. Piuttosto, si configura come un attore che cerca di ridefinire gradualmente le regole del sistema, sfruttando le interdipendenze economiche e le ambiguità politiche.

In Medio Oriente, questo si traduce in una diplomazia prudente, che mira a massimizzare i benefici economici e politici senza assumersi i costi della sicurezza. Su Taiwan, invece, prende la forma di una pressione multidimensionale, che combina strumenti militari, diplomatici e politici per modificare gli equilibri a proprio favore. In entrambi i casi, la Cina privilegia strumenti indiretti e graduali, evitando, almeno per ora, lo scontro frontale.

Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: fino a che punto questa strategia è sostenibile? In Medio Oriente, la crescente instabilità potrebbe prima o poi costringere Pechino a prendere posizioni più nette, mettendo a rischio la sua equidistanza. Su Taiwan, al contrario, l’eccesso di pressione rischia di produrre un effetto controproducente, rafforzando l’identità taiwanese e consolidando il sostegno internazionale all’isola, in particolare da parte degli Stati Uniti.

Tra Teheran e Taipei, Xi Jinping si trova dunque a gestire una tensione strutturale: da un lato, la necessità di preservare un ambiente internazionale stabile per sostenere la crescita economica; dall’altro, la volontà di affermare la Cina come grande potenza e di portare a compimento obiettivi considerati irrinunciabili. È in questo equilibrio instabile tra prudenza e pressione che si gioca oggi la credibilità internazionale di Pechino, e, in ultima analisi, la sua capacità di plasmare il futuro ordine globale.

Antonio Fiori – Docente di Storia e Istituzioni dell'Asia, Università di Bologna

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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