L’ipotesi che Alessandro Di Battista crei una sorta di «rifondazione pentastellata» capace di mettere in difficoltà il M5s e tutto il «campo largo» ha, per ora, solo la consistenza di una voce di corridoio. È possibile che qualcosa al di fuori del centrosinistra allargato si crei.
Forse tanta enfasi sul «Di Battista come Vannacci» è ad oggi più un argomento di chi cerca – a destra – di mostrare che anche nella composita area che va da Renzi a Conte ci possono essere impacci tali da impedire la vittoria alle prossime politiche. Mentre però a destra il generale è un problema vero, con un partito estremista quotato fra il 5 e il 7%, a sinistra gli ostacoli sono – a nostro avviso – di diversa natura.
Conte è, per il «campo largo», una risorsa e un’insidia. Una risorsa perché senza i voti del M5s non c’è alcuna possibilità di battere il centrodestra (anche se quest’ultimo si presentasse senza Vannacci): finirebbe come nel 2022, quando bastò l’attuale legge elettorale per dare una buona maggioranza alla Meloni. La lezione, però, è stata appresa soprattutto dalla Schlein, la quale cerca di essere «testardamente unitaria», cioè di mettere insieme sotto lo stesso tetto i centristi, il Pd, Avs e il M5s.
Su temi quali la politica estera è un’impresa trovare un accordo, a meno che la guerra in Ucraina non finisca entro l’anno. Conte ha una linea molto diversa da quella dei centristi e di gran parte del Pd; non ne fa mistero, anzi l’ha rivendicata anche giorni fa. Del resto, anche sull’immigrazione si vide – al referendum del 2025 – che sul dimezzamento dei tempi per la concessione della cittadinanza agli stranieri i contrari erano stati molti più che per gli altri quesiti (con una forte presenza pentastellata).
Segno che, nonostante il mutamento dell’elettorato del M5s, una parte ha ancora qualche consonanza con la Lega in politica estera (Ucraina) e interna (immigrazione). E c’è un ulteriore motivo di preoccupazione per il «campo largo» e per lo stesso Conte (chiamato a tenere insieme i suoi elettori, al di là dell’ipotetica concorrenza di Di Battista): quando si vota per le comunali e le regionali – spesso in alleanza con Pd e altri di centrosinistra – il M5s perde voti verso l’astensione.
Convivere con forze che un tempo erano avversarie (il Pd non più dal Conte due, ma la defenestrazione del leader pentastellato da Palazzo Chigi ad opera di Italia viva è una ferita viva che non si rimargina) è difficilissimo. Un recente sondaggio di Bidimedia spiega che su cento elettori pentastellati solo 77 voterebbero il M5s in caso di adesione al «campo largo» (13 i contrari, 10 gli indecisi) e che solo 62 lo farebbero se ci fosse Renzi in coalizione (21% no, 17% indecisi). Al netto degli indecisi, dunque, il 14% degli elettori Cinquestelle non voterebbe comunque il «campo largo», quota che salirebbe al 25% se ci fosse Renzi.

Il pericolo per Conte non è Di Battista, ma la scarsa compatibilità di un settore variabile fra un settimo e un quarto dei suoi elettori col «centrosinistra allargato». Lo stesso istituto di sondaggi stima il M5s al 12,2%: ciò vuol dire che Conte rischia di lasciare all’astensione o a un’improbabile concorrenza fra l’1,7 e il 3% attestandosi su un 9-10% non distante dal dato delle europee.
Certo, se il candidato dell’alleanza a Palazzo Chigi fosse il leader pentastellato, probabilmente non ci sarebbero perdite di voti su quel fronte, ma non è difficile ipotizzare che qualche elettore esca dai centristi di centrosinistra per andare a rinforzare il «terzopolista» Calenda. Un bel problema, che è il vero ostacolo da superare per il polo di opposizione.
Dunque, se il destracentro ha una concorrenza per ora esterna che può farlo perdere, il campo largo ha una questione di tenuta identitaria delle «zone di confine» del suo elettorato. Le elezioni del 2027 si giocheranno sulla capacità dei due poli di saper risolvere i propri attuali problemi di «convivenza».




