Il parlamento si appresta a discutere una nuova riforma elettorale. Non c’è partito che non faccia il «conto della serva» nel valutare costi e benefici di ogni emendamento. Legittimo, ma non serio, se al contempo non viene tenuto nella più alta considerazione l’interesse superiore della tenuta del nostro Paese, all’interno dello scacchiere geopolitico internazionale. Non c’è crisi infatti – l’ultima, quella di Hormuz – che non certifichi l’irrilevanza politica della nostra vecchia Europa e, di concerto, della nostra amata Italia.
Per ottant’anni abbiamo vissuto in un limbo dorato. Protetti dall’ombrello atomico e militare di Washington, abbiamo potuto permetterci il lusso di mostrare tutta quell’innocenza geopolitica che ci ha fatto scambiare una lunga stagione di subalternità strategica per un’era di pace perpetua. Ma l’ombra della potenza americana, se ha garantito la nostra sicurezza, ha anche atrofizzato la nostra capacità di pensare il futuro in termini di potenza. Abbiamo smesso di elaborare una visione strategica sul ruolo del Vecchio Continente e, più in generale, dell’intero Occidente. Ci siamo cullati nell’illusione che la storia avesse imboccato un binario unico, quello della globalizzazione pacificatrice e dei mercati aperti, dimenticando che il mondo esterno non ha mai smesso di ragionare secondo le regole della forza.
🇪🇺Nouvel avertissement de Mario Draghi.
— Louis Duclos (@ObsDelphi) May 15, 2026
L'Europe est seule comme jamais elle ne l'a été auparavant dans son histoire.
Avec des États-Unis devenus imprévisibles, parfois ouvertement hostiles sur le commerce et désormais hésitants sur la défense du continent, l’Europe découvre… https://t.co/20OzdlrIEE pic.twitter.com/dkTdrH44vN
C’è stata un’epoca, non troppo lontana, in cui l’Occidente sapeva perfettamente cosa significasse esercitare il potere. Sapeva ragionare in termini di strategia, di sfere d’influenza, persino di superiorità civile e politica. Era un Occidente consapevole che l’ordine internazionale non sorge spontaneamente dal diritto, ma viene modellato da chi ha la forza e la volontà di progettarlo. Quell’attitudine è stata progressivamente liquidata come un retaggio del passato, sostituita da una retorica morale che ha scambiato l’esportazione dei valori con la tenuta dei rapporti di forza reali.
Oggi, quel castello di carte concettuale è crollato. La superiorità tecnologica, di cui l’Occidente gode ancora, non è più un lusso da ostentare nei forum accademici o nei bilanci delle multinazionali; è la condizione biologica della nostra sovranità. Senza il primato sull’intelligenza artificiale, sui semiconduttori e sulle reti, l’autonomia decisionale delle nostre democrazie si volatilizza. L’ora della ricreazione utopica – l’idea che si possa essere rilevanti nel mondo solo come arbitri imparziali o custodi dei trattati – è definitivamente finita. Il realismo geopolitico ha presentato il conto.
In questo scenario di transizione profonda, l’unica vera proposta sul tappeto in grado di sfidare i giganti asiatici e i revanscismi autocratici – piaccia o meno – è quella di una vera e propria «Repubblica Tecnologica». Una formula che, inevitabilmente, spaventa i nostalgici del Novecento. Non è difficile intravvedervi i germi di una rinascita autoritaria, una fusione sospetta e tecnocratica tra il grande capitale d’avanguardia e gli apparati statali, nello speciifico tra i magnati di Silicon Valley e Trump.
Quel che è certo è che Il problema della crisi della democrazia, della sovranità degli Stati nazionali, del declino dell’Occidente non si risolve con il solo sbandierare valori superiori. In campo a giocarsi la partita c’è, al momento, solo la «Repubblica tecnologica». È l’unico tentativo concreto di ricomposizione del potere. È il ritorno della strategia in vista del dominio, inteso nel senso più pregnante e difensivo del termine: la capacità di non farsi dominare.
L’Occidente si trova davanti a un bivio drammatico ed esistenziale. Deve decidere, e in fretta, se vuole preservare il suo ruolo di soggetto politico della storia, capace di orientare i destini globali e difendere i propri standard di vita, o se preferisce rassegnarsi a sussistere solo come uno spazio museale. Uno spazio puramente morale, giuridico e memoriale. Un luogo bellissimo e colto, dove si celebrano i diritti del passato, ma non si è in grado di incidere sul presente, fatalmente ci si dispone a subire le decisioni prese altrove. Se l’Europa e l’Occidente scelgono la sopravvivenza, devono riappropriarsi della grammatica della potenza. E oggi, quella grammatica si scrive innanzitutto con i codici della tecnologia e della determinazione strategica.



