Opinioni

Tutte le incognite della legge elettorale

La riforma sta per entrare nella sua fase più delicata: la coalizione di Governo vuole a tutti i costi il nuovo sistema di voto
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Schede elettorali - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Schede elettorali - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

La riforma della legge elettorale sta per entrare nella sua fase più delicata. È fortemente raccomandato di approvarla entro un anno dalla data delle prossime elezioni (quindi al massimo a fine settembre) non perché la Costituzione lo preveda, ma perché vale il principio dell’anno (one-year rule), elaborato dalla Commissione di Venezia e richiamato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

Poiché siamo stati già oggetto di rilievi per l’attuale legge elettorale, è opportuno non fare il bis con quella in cantiere. Non è questo, però, il vero problema che preoccupa la coalizione di governo, la quale (pur adducendo la necessità di dare governabilità al Paese) vuole a tutti i costi il nuovo sistema di voto.

Perché se nel 2022 ebbe una grande maggioranza di seggi a causa della divisione delle opposizioni in tre tronconi, oggi si trova a competere alla pari col campo largo e con un sistema che potrebbe penalizzarla al Sud. Si discute del premio di maggioranza: 70 seggi (su 400) alla Camera e 35 (su 200) al Senato, da assegnare alla coalizione più votata che superasse il 40% dei voti. Ma qui ci sono i primi due dubbi: è vero, il limite dei seggi conquistabili è di 230 a Montecitorio e 114 a Palazzo Madama, ma ci sono anche i parlamentari della circoscrizione estero e (in Senato) quelli del Trentino-Alto Adige.

Teoricamente, il monte seggi del polo vincente potrebbe arrivare a lambire il 60%, permettendo ad una coalizione di eleggere (dalla terza votazione) i giudici costituzionali (per non parlare dell’elezione del Capo dello Stato, per la quale serve anche meno). La Consulta potrebbe censurare questo punto e abbassare il premio massimo al 55% dei seggi (220 alla Camera, un po’ meno di 110 al Senato).

Non solo: quel 40% per avere il premio potrebbe essere aumentato almeno al 45%, ma così facendo si rischierebbe che nessuno ci arrivi: oggi, se nessuno ha almeno il 40%, si fa un ballottaggio fra le coalizioni che hanno almeno il 35%. Però, se la soglia per il premio sale al 42 o 45%, non si possono dare 70 seggi e comunque si deve porre un limite a quota 220.

Non sono considerazioni politiche: c’è una giurisprudenza costituzionale contraria ai premi irragionevoli e alla possibilità di trasformare una minoranza in una maggioranza sproporzionata. C’è poi la teorica possibilità che i risultati delle due Camere siano diversi (anche se ora gli elettorati sono parificati, da quando i diciottenni votano anche per il Senato).

Se davvero i poli sono quasi pari, siccome si vota su due schede (una per Montecitorio, l’altra per Palazzo Madama) chi ci garantisce che in un ramo del Parlamento prevalga una coalizione con lo 0,2% dei voti in più e nell’altro vinca con lo stesso margine quella concorrente? Questa è materia di discussione per la Consulta.

La Corte Costituzionale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Corte Costituzionale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ma c’è anche molto altro: i listini bloccati che limitano la scelta degli elettori, la natura regionale dell’elezione del Senato (come fa il premio ad essere nazionale? Il «Porcellum» di Calderoli lo prevedeva, ma fu costretto a dare il 55% dei seggi regionali alla coalizione più votata in loco, proprio perché c’è questo limite, provocando un sostanziale pareggio a Palazzo Madama nel 2006).

Poi c’è la ciliegina sulla torta: l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio da parte di ciascun polo. Se la Corte costituzionale – com’è ampiamente probabile – lo giudicasse un’interferenza nella libera scelta del premier da parte del Presidente della Repubblica, si dovrebbe ripiegare (come si fece in passato) sul «capo della coalizione» (dizione «non invasiva», diciamo).

Le leggi elettorali serie si fanno a determinate condizioni: 1) le regole del gioco si scrivono insieme, maggioranza e opposizioni; 2) non si fabbricano sistemi «ad hoc» per prefabbricare un risultato voluto; 3) non si fanno pasticci, come insegnava Giovanni Sartori, quindi il sistema deve essere semplice, come lo sono quello spagnolo, il francese, il tedesco, l’inglese. Invece qui navighiamo a vista.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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