Si sente spesso ripetere, con un pizzico di benaltrismo e una dose di pragmatismo spicciolo, che «con le riforme elettorali non si mangia». Una verità innegabile se si guarda all’immediato: nessuna legge sulle modalità di voto ha mai riempito direttamente le tasche dei cittadini o creato posti di lavoro dal giorno alla notte. Eppure, questa narrazione trascura un dato fondamentale: se è vero che la riforma elettorale non è il cibo, essa rappresenta indubbiamente la cucina.
Regolando i meccanismi di accesso al potere, le regole del gioco istituzionale creano le condizioni strutturali per avere una politica capace di programmare a lungo termine e, grazie a un quadro di certezze giuridiche ed economiche, di attrarre investimenti: in una parola, di dare l’abbrivio all’economia.
D’altro canto, è pur vero che la modifica delle leggi elettorali non gode di una buona popolarità. L’opinione pubblica la percepisce per lo più come una questione autoreferenziale del ceto politico: discute di se stesso anziché dei problemi reali del Paese.
La storia ci insegna, però, che cambiare le regole del gioco non è mai un esercizio neutro o marginale. Si è visto chiaramente all’inizio degli anni Novanta: è bastato mutare la legislazione elettorale in senso maggioritario per far crollare un intero sistema politico, tanto che si è parlato - pur senza modifiche formali della Costituzione - della fine della Prima Repubblica e della nascita della Seconda. La modalità, con cui si trasformano i voti in seggi, ha il potere di ridisegnare la fisionomia di un sistema politico. Questo principio vale con forza ancor maggiore nell’attuale frangente politico.

I sondaggi ci avvertono in modo inequivocabile che le forze politiche in campo tendono a equilibrarsi, che l’orizzonte bipolare si muove su fili tesi. Dobbiamo aspettarci che chiunque dei due poli prevarrà, sarà di misura. In un contesto di frammentazione degli schieramenti e polarizzazione del sistema politico, lasciare le regole del gioco all’improvvisazione o a sistemi non bene calibrati significa condannarsi all’ingessatura.
La democrazia vive oggi una crisi sistemica in tutto l’Occidente, caratterizzata da una progressiva perdita di sovranità economica a vantaggio di mercati e organismi sovranazionali, dallo svuotamento delle competenze dell’esecutivo e da una generalizzata erosione dell’autorità della classe politica. Proprio per reagire a questa deriva, diventa vitale blindare la stabilità di governo e garantire un rapporto diretto, chiaro e trasparente tra l’esecutivo e gli elettori.
Chi vince deve poter governare; chi perde deve poter fare opposizione, senza il filtro di infinite mediazioni post-elettorali, che sfigurano la volontà espressa nelle urne. Dovrebbe essere perciò un interesse comune, superiore alle bandiere di partito, conciliare la stabilità con l’operatività del sistema. Su queste precise condizioni storiche e istituzionali sarebbe lecito attendersi - e pretendere - un consenso trasversale. Le opposizioni e le maggioranze del momento non dovrebbero dimenticare che le regole scritte oggi varranno anche a ruoli invertiti domani.
Senza un meccanismo che assicuri la governabilità, l’orizzonte macroeconomico e politico è già tracciato: maggioranze frammentate, ostaggio dei veti incrociati di piccoli partiti e destinate a generare i cosiddetti «governi balneari». Parliamo di esecutivi di breve respiro, deboli e transitori, strutturalmente incapaci di attuare qualsiasi politica industriale e sociale di ampio respiro. In un mondo che corre a velocità frenetiche, l’immobilismo politico è il lusso che non possiamo permetterci. Non è solo una questione di efficienza amministrativa, ma una ragione in più per preoccuparsi seriamente per la sorte e la tenuta della nostra democrazia. Sbloccare le istituzioni significa, in ultima analisi, restituire dignità e futuro al Paese.




