Opinioni

Silenzi e disinformazione nella guerra del Golfo

Il controllo delle immagini diventa decisivo quanto quello dei missili: non si combatte soltanto sul terreno della forza, ma anche su quello della percezione
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Persone per le vie di Teheran nella giornata di ieri, giovedì 28 maggio - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Persone per le vie di Teheran nella giornata di ieri, giovedì 28 maggio - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Ieri mattina ho ricevuto un messaggio su WhatsApp. Tra i tanti che arrivano, questo è stato speciale. Recitava semplicemente «Hi! We are back again!». Una frase minima, semplice nella sua immediatezza, dalla quale traspariva – quasi a sentirla – tutta la gioia di un caro amico di Teheran che dopo mesi di blackout pressoché totale poteva finalmente riconnettersi con il mondo grazie all’iniziativa del presidente Pezeshkian.

La sua cura è stata di farmi sapere che stava bene, ma nel non detto sottolineava come si stia ristabilendo una parvenza di normalità, seppur fragile, poiché compressa dentro uno stato d’assedio esterno per la pressione militare israelo-statunitense; e da uno interno, per la pervasività dei controlli e per il peso crescente dei Pasdaran nella gestione del potere. È anche da questa prospettiva che bisogna guardare la crisi con l’Iran. Non solo dai siti nucleari, dallo Stretto di Hormuz o dai comunicati, perché la guerra dell’informazione è una dimensione strategica del conflitto stesso. Il regime teme che una nuova ondata di attacchi possa distruggere le infrastrutture economiche del Paese, ma ancor più ha paura di perdere il monopolio narrativo nazionale. Per questo la parziale riapertura di Internet è un compromesso instabile tra esigenze economiche, pressione sociale, negoziato internazionale e resistenza degli apparati securitari.

Non si tratta di un ritorno alla libertà digitale: è il sintomo di una lotta di potere. La logica del blackout agisce infatti come un dispositivo di sicurezza su almeno tre livelli. Innanzitutto mira a impedire il coordinamento interno: proteste, scioperi, comunità locali e dissenso urbano dipendono dagli strumenti digitali per riconoscersi, organizzarsi e sincronizzare la propria azione.

Poi cerca di ostacolare la documentazione della repressione: il potere autoritario contemporaneo non si limita a reprimere, punta a farlo senza lasciare prove immediatamente globalizzabili. Infine mira a impedire che emerga una narrazione alternativa della guerra. In un conflitto con Israele e Stati Uniti, Teheran deve apparire come vittima resistente, non come apparato vulnerabile, diviso o contestato.

È però il dato economico a spiegare perché fosse impossibile protrarre indefinitamente la chiusura della rete. La riapertura è arrivata dopo mesi di disconnessione che aveva colpito imprese online, servizi, università, commercio e relazioni con la diaspora. Tuttavia l’accesso a Internet resta selettivo con settori ancora esclusi; alcune reti tollerate, altre bloccate, in quella che sembra sempre più una gerarchia dell’accesso.

È qui che il piano interno si intreccia con il negoziato esterno. Le continue anticipazioni, smentite e riformulazioni di piani di pace o memorandum sono esse stesse parte del conflitto. Ogni bozza annunciata, così come ogni accordo definito imminente e poi rimesso in discussione, serve a mettere in mora l’avversario dinanzi ai propri interlocutori e il gioco è trasparente proprio perché avviene in pubblico.

Il presidente americano Donald Trump
Il presidente americano Donald Trump

Washington utilizza l’annuncio di un accordo vicino per mostrare controllo, rassicurare i mercati e scaricare su Teheran il costo politico di un eventuale fallimento. Teheran alterna invece disponibilità e smentite per preservare i propri margini negoziali, evitare l’immagine drammatica della capitolazione e contenere le fronde interne. Israele, dal canto suo, ha interesse a impedire che un’intesa troppo rapida trasformi la pressione militare in concessione diplomatica. Ogni bozza diventa così un’arma di segnalazione verso il nemico, gli alleati, l’economia globale e le rispettive opinioni pubbliche.

In questo quadro il controllo delle immagini diventa decisivo quanto quello dei missili, perché la guerra, quando entra nella fase dell’incertezza negoziale, non si combatte soltanto sul terreno della forza, ma su quello della percezione: chi appare disposto alla pace senza sembrare sconfitto, chi può rifiutare un accordo senza essere indicato come responsabile dell’escalation, chi riesce a trasformare una concessione tattica in vittoria narrativa. È qui che l’accesso parziale alla rete e la diplomazia dei memorandum si toccano.

In entrambi i casi ciò che si decide non è solo il corso degli eventi, ma il modo in cui potranno essere raccontati. Dentro questa ambiguità quel «Hi! We are back again!» contiene forse la verità più precisa di questa crisi. Non annuncia la fine della guerra, né il ritorno della libertà, né tantomeno l’avvio sicuro della pace.

Dice soltanto che qualcuno è riuscito di nuovo a parlare. In quelle poche parole c’è l’intero paradosso iraniano: una società che tenta di rientrare nel mondo mentre il potere decide quanta realtà possa essere visibile; un regime che negozia all’esterno mentre sorveglia all’interno; una diplomazia che promette tregua, ma continua a usare l’incertezza come strumento di governo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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