Un anno fa, ospite dell’assemblea di Confindustria Brescia, il ceo di Ferrari Benedetto Vigna aveva strappato applausi agli imprenditori bresciani ribadendo la volontà della casa di Maranello di «andare avanti con tre motorizzazioni: benzina, ibrida ed elettrico». Un progetto industriale che non più tardi di lunedì ha dato il suo nuovo frutto.
La presentazione della Ferrari Luce, prima elettrica del Cavallino Rampante, rappresenta infatti un punto di svolta, quantomeno emotivo. Se anche il più iconico marchio automobilistico italiano, spinto dalle norme Ue e dal mutato atteggiamento nei consumi, ha deciso di virare verso l’elettrificazione, quale futuro può esserci per l’automotive nostrano?
La risposta, o parte di essa, sta ancora una volta nelle parole di Vigna. Siamo davvero convinti che la scelta di Ferrari di continuare a produrre anche motori termici sia così poco significativa? Se un colosso di queste proporzioni non ha abbandonato il percorso della tradizione, qualche significato dovrà pur avere tale scelta. Di solito sulle spalle dei giganti si può vedere più lontano, quindi invece di vedere con negatività il lancio sul mercato della Luce, forse bisognerebbe ammirare il quadro nel suo insieme.
Ferrari sta facendo nel concreto quello che è il cavallo di battaglia della politica italiana, nonché dello stesso tessuto produttivo bresciano e nazionale: la neutralità tecnologica. Forte certamente del blasone del suo marchio e di numeri di mercato sempre eccezionali, ha deciso di non chiudersi in un solo orizzonte. Una scelta che è industriale ma anche di marketing, e che insegna una cosa: l’ideologia non sta solo nell’imporre un modello, ma anche nel negare le potenzialità che l’innovazione tecnologica, in questo caso l’elettrico, si porta dietro. Anche in chiave di sostenibilità economica.





