Vannacci, e non solo: il trionfo del «pattume sintetico» o, se si preferisce, della «sbobba artificiale». È l’ultima (pessima e drammatica) frontiera della comunicazione politica contemporanea, specie sotto il profilo dell’ingaggio emotivo del cittadino-elettore e utente della Rete e dell’affinamento delle tecniche di persuasione e manipolazione. Un processo di svuotamento concettuale e contenutistico etichettato con la formula di «slopaganda».
Il neologismo, introdotto dal filosofo del digitale Michal Klincewicz e dai suoi colleghi della Tilburg University, nasce dalla fusione tra «propaganda» e «slop», quest’ultimo termine inglese nato per designare la «brodaglia» o il pattume digitale – quel flusso ininterrotto di immagini, testi e video di bassissima qualità, sintetizzati in serie e in quantità ingenti dall’intelligenza artificiale generativa.
A differenza della disinformazione classica o dei deepfake tradizionali, pensati per ingannare attraverso la verosimiglianza e la simulazione del reale, la slopaganda non punta affatto a dare l’impressione – e a far credere – che le immagini prodotte siano veritiere. Al contrario, esibisce apertamente e dichiaratamente la propria natura artificiale e una dimensione grottesca e surreale (o iperrealista). La sua cifra stilistica coincide proprio con l’iperbole visiva; e la funzione prioritaria consiste nella massima occupazione della curva dell’attenzione. Siamo, infatti, al cospetto di quella che potremmo definire come la declinazione «post-autoriale» e su scala industriale della politica pop: un bombardamento di artefatti sintetici a costo quasi zero che non ha la finalità di convincere mediante argomentazioni, bensì quella di saturare i feed, stimolare reazioni viscerali e cementare un senso di appartenenza fondamentalmente tribale.
Il recentissimo utilizzo della slopaganda segna, pertanto, un «salto di qualità» nelle strategie del marketing politico. Le macchine del consenso non ricercano più il messaggio persuasivo o il framing narrativo approntato dai «vecchi» spin doctor, ma puntano direttamente sull’inquinamento visuale e, più in generale, epistemico. In un ambiente mediale dominato dagli algoritmi della rabbia, del rancore, della frustrazione e dell’engagement immediato, la slopaganda funziona come un’arma di distrazione di massa e, al contempo, come un generatore continuo di identità, producendo un corto circuito in cui il confine tra satira, propaganda e provocazione viene a essere deliberatamente cancellato.

Gli esempi più pregnanti di questo fenomeno arrivano, come sempre, da oltre Atlantico. Negli Stati Uniti, Donald Trump e il suo aggressivissimo sistema di comunicazione e manipolazione si sono rivelati gli autentici pionieri di questa estetica. Dai video sintetici che lo effigiano come un pilota da caccia o come il Papa, fino alle immagini grottesche che lo ritraggono sotto le fattezze di figura salvifica, il boss della Casa Bianca si avvale della slopaganda per costruire un’agiografia pop (e surreale) di sé stesso. E per la sua base elettorale, la grossolanità del video costituisce, per l’appunto, non un difetto ma un pregio: è la conferma dell’irriverenza del leader contro le liturgie del «politicamente corretto» e dei media mainstream.
Sul versante italiano, l’interprete più sistematico di questo registro propagandistico è, come evidente, Roberto Vannacci. L’ex generale-eurodeputato ha compreso perfettamente come l’uso di video e immagini generate con l’AI generativa (come la Grok di Elon Musk) consenta di rilanciare quotidianamente la provocazione e la polarizzazione. Dai contenuti dai toni accesi e sferzanti contro gli avversari politici fino alle messe in scena sintetiche della propria narrazione sovranista (come, da ultimo, il video scandaloso della serie di «Robertus Vannaccius» che lo presenta nelle sembianze del Gladiatore pronto a decretare la messa a morte nel Colosseo di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini), l’ex parà sfrutta la slopaganda per muovere senza sosta le onde i sentiment dei social network. Con l’obiettivo di costringere il sistema informativo tradizionale a inseguire il filmato virale, trasformando il pattume algoritmico nel tema principale del dibattito dell’agenda di giornata.
Le conseguenze sul discorso pubblico e sulla tenuta democratica risultano profonde e inquietanti. In primis, la slopaganda accelera l’erosione della realtà condivisa: quando la sfera pubblica viene sommersa da una quantità sterminata di contenuti finti, brutti o esteticamente discutibili e svuotati di senso, nel cittadino-elettore subentra una forma di stanchezza cognitiva e di cinismo sistemico. In secondo luogo, si assiste alla degradazione della democrazia in un carnevale permanente di frammenti digitali. Il confronto sui programmi, sui dati e sulle soluzioni ai problemi complessi viene soppiantato de facto dallo scontro tra meme e frames emozionali.
La slopaganda contribuisce così a destrutturare ulteriormente l’infrastruttura razionale dello spazio politico, riducendo la cittadinanza all’idea di una serie di claques identitarie e tribali contrapposte. Se la nuova egemonia (sotto)culturale passa attraverso l’estetica del degrado visivo, il rischio concreto, una volta di più, è che a diventare slop – un ammasso informe e di scarto – sia la nostra stessa capacità di esercitare un pensiero critico.




