Il nome «Nazioni Unite» fu utilizzato per la prima volta il primo gennaio 1942 dal presidente americano Franklin D. Roosevelt. Ventisei Paesi impegnati nella lotta contro nazismo e fascismo lo adottarono per dare alla propria causa un carattere globale e morale. Finita la guerra, l’Onu avrebbe dovuto impedire che una simile tragedia si ripetesse, affidando alle grandi potenze vincitrici il compito di mantenere la pace attraverso il dialogo e la concertazione. Esse sedevano, e ancora siedono, nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto.
La Guerra fredda però trasformò l’Onu in un campo di scontro diplomatico tra le grandi potenze, che ponevano il veto su qualsiasi decisione non corrispondesse al loro interesse nazionale, con buona pace dell’obiettivo di mantenere la pace nel mondo. E quindi guerre illegali continuarono ad essere lanciate, anche da chi avrebbe dovuto prevenirle. Gli esempi abbondano: l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, quella russa dell’Ucraina nel 2022 e l’aggressione israelo-americana all’Iran e le campagne di sterminio di Tel Aviv a Gaza e di occupazione in Libano.
Un mese fa, su questo giornale, Mario Del Pero ricordava però il paradosso delle Nazioni Unite: un’organizzazione anacronistica e delegittimata, ma indispensabile. Non solo perché le agenzie dell’Onu svolgono funzioni umanitarie essenziali, ma anche perché l’Assemblea Generale rimane il principale palcoscenico della diplomazia mondiale. E non esistono alternative credibili. Le ultime notizie riconfermano che anche Trump non ha totalmente derubricato l’Onu a ferro vecchio. Ma non per questo si tratta di buone notizie. Trump sta infatti incoraggiando Viktor Orban a candidarsi a segretario generale delle Nazioni Unite, cercando il sostegno di Russia e Cina. La candidatura non è ufficiale, né esiste un accordo tra le tre potenze. Ma già la proposta dice molto della direzione che Washington vorrebbe imprimere all’organizzazione.
Orban ha governato l’Ungheria per vent’anni, sedici consecutivi, prima della sconfitta elettorale di aprile. Partito da posizioni liberali, è diventato il principale sostenitore nell’UE della cosiddetta «democrazia illiberale»: elezioni formalmente libere, ma istituzioni, magistratura, informazione e università sottoposte a pressioni tali da garantire al partito al potere un vantaggio difficilmente conciliabile con una democrazia compiuta. Beniamino delle destre radicali europee e di Trump, Orban si è scontrato ripetutamente con Bruxelles sullo stato di diritto, sulle politiche economiche e sull’immigrazione.
Perché proprio lui? Un funzionario del Dipartimento di Stato lo ha definito il «candidato dei sogni». Per Trump, la scelta sarebbe coerente con un progetto politico che non mira a rafforzare l’ONU come argine alla politica di potenza, ma a trasformarla in uno strumento di legittimazione di un ordine internazionale fondato sui rapporti di forza.Anche Mosca avrebbe le sue ragioni per sostenerlo. Orban è stato per anni il principale alleato di Putin all’interno dell’UE: ha ostacolato le sanzioni contro la Russia, la riduzione della dipendenza energetica da Mosca e gli aiuti all’Ucraina, indebolendo una già fragile politica estera europea.
Per Pechino, invece, un’intesa con Washington e Mosca sulla guida dell’Onu offrirebbe l’occasione di incidere sul futuro ordine internazionale. La Cina contesta da decenni l’egemonia occidentale e invoca il multipolarismo. Ora però è proprio Washington, che per decenni aveva sostenuto l’ordine liberale, a metterne in discussione i principi. Per una potenza economica e militare ancora in ascesa come la Cina, è un’opportunità. A perdere sarebbero gli altri Paesi, ossia la maggioranza degli Stati del mondo, per i quali le norme internazionali, per quanto imperfette e spesso violate, rappresentano almeno una difesa contro la legge del più forte. La candidatura di Orban rischierebbe di svuotare ulteriormente l’ONU proprio di questa funzione.




