Ucraina, Medio Oriente e una diplomazia multilaterale che fatica sempre più a trovare risposte alle crisi. A New York, dove è in corso l’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, la politica internazionale prova ancora una volta a passare dal Palazzo di Vetro: quasi 130 capi di Stato e di governo sono attesi nella settimana di alto livello. Tra i parlamentari italiani c’è il bresciano Giangiacomo Calovini, deputato di Fratelli d’Italia e componente della Commissione Esteri della Camera, arrivato negli Stati Uniti con la delegazione parlamentare italiana. Una missione che, spiega, serve a confrontarsi direttamente con funzionari dell’Onu e delegazioni straniere sulle grandi crisi internazionali, ma anche a «fare sistema Paese» negli Stati Uniti.
Onorevole Giangiacomo Calovini, ci racconti la missione del gruppo interparlamentare all’ONU.
È la consueta missione della Commissione Esteri in occasione dell’Assemblea generale, con due obiettivi. Il primo è il confronto con delegazioni internazionali e funzionari delle Nazioni Unite, per capire il futuro dell’Organizzazione e avere un quadro diretto delle crisi più complesse. Il secondo è fare sistema Paese, incontrando la comunità italiana e le tante aziende italiane che operano negli Stati Uniti.

La premier Meloni ha disertato l’Assemblea generale e sembra più concentrata sul decreto per il tetto degli stranieri nelle classi. Non è riduttivo per l’Italia aver inviato solo il ministro degli Esteri in un momento così critico?
Non parlerei di diserzione. Il Presidente Giorgia Meloni negli anni scorsi ha sempre partecipato e la sua assenza non indica una minore attenzione del governo alla politica estera. L’Italia è presente con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, con il viceministro Edmondo Cirielli e con le Commissioni Esteri di Camera e Senato. Una rappresentanza ampia, che in queste ore sta lavorando sui principali dossier.
Il governo ora sembra molto più ripiegato sulla politica interna, a meno di un anno dalle elezioni.
È fisiologico che in questa fase ci sia più attenzione alla politica interna. Ma lo standing internazionale del Presidente Meloni, frutto del lavoro di questi quattro anni, è riconosciuto da tutti. L’Italia siede ai tavoli principali su ogni crisi e continuerà a farlo.

Lei immagina che potrebbe sbloccarsi qualcosa per la crisi ucraina?
Il presidente Donald Trump ha ricordato che circa 25.000 giovani soldati muoiono ogni mese e che gli Stati Uniti continueranno a spingere per una soluzione negoziata. È inaccettabile. L’impressione che ho avuto qui a New York è che la comunità internazionale sia consapevole che il conflitto deve concludersi al più presto e che la mediazione deve produrre risultati concreti.
E per quella mediorientale?
È al centro del dibattito per le conseguenze umanitarie, inaccettabili, e per quelle geoeconomiche che colpiscono tutti noi: dalla libertà di navigazione a Hormuz e nel Mar Rosso dipendono energia ed export. Il ministro Tajani ha appena incontrato il ministro degli Esteri iraniano, ribadendo che la diplomazia è l’unica strada e che l’Italia è pronta a fare da facilitatore. La situazione resta tesa, ma il memorandum di giugno tra Stati Uniti e Iran ha dimostrato che un’intesa è possibile.
Le Nazioni Unite hanno ancora un senso?
L’ONU è nata in un contesto storico completamente diverso e se da decenni si parla di una riforma non più rinviabile le ragioni ci sono. Errori ideologici ed economici ne hanno fatto un gigante costoso dai piedi d’argilla. Ma con la conclusione del mandato del segretario generale Antonio Guterres può aprirsi una fase di rilancio, e l’Italia farà la sua parte. In momenti come questi, un dialogo in più in sede multilaterale può significare un conflitto in meno.




