Magyar e il ruolo dell’Europa per «normalizzare» l’Ungheria

L’Europa, quella delle istituzioni comunitarie, dei leader di governi e maggioranze, nonché delle opposizioni dei suoi Paesi membri, è corsa, quasi tutta, a congratularsi, seppur con toni variegati (dall’aperto sostegno allo strettamente ufficiale), con Peter Magyar, eletto assieme a una consistente maggioranza parlamentare, come nuovo premier ungherese. È la celebrazione della vittoria della democrazia liberale su quella autoritaria e illiberale, dell’europeismo sul sovranismo.
Il popolo ungherese l’ha caparbiamente cercata, dopo aver subito per sedici anni un progressivo sgretolarsi di quello stato di diritto faticosamente costruito nel processo di adesione all’Ue. Dopo aver visto quelle conquiste tramontare, mentre riapparivano, riforma dopo riforma, tanti elementi di un passato oramai ritenuto sepolto, spazzato via dal crollo del regime comunista nel 1989: accentramento dei poteri, forte limitazione dei diritti individuali, eliminazione di controlli e contrappesi, assoggettamento dei media al governo, ne sono gli esempi più macroscopici. A Viktor Orban va riconosciuto d’aver accettato la sconfitta senza esitazioni. Di non intendere ostacolare – a differenza del suo grande sostenitore Donald Trump, senza dimenticare l’altro suo sodale Jair Bolsonaro – il passaggio dei poteri.

In Europa siamo, pur sempre, un passo avanti, illiberali inclusi. Basti guardare a chi, oltre a Trump (giunto a inviare il suo vice James Vance a Budapest in chiusura della campagna elettorale) garba poco l’uscita di scena di Orban. A Putin, per affinità ideologiche, perché suo alleato nella guerra ai danni dell’Ucraina, perché sua spia nell’Ue. A Erdogan perché la vittoria di Magyar indica come, per quanto un governo possa fare per vessare l’opposizione, la volontà popolare finisce col prevalere. Neppure potrà essere piaciuta a Xi Jinping, perché con Orban perde il leader europeo più vicino.
Per l’Ue, dall’Ungheria viene un rilancio della prospettiva integrazionista o, se vogliamo, federalista. A scapito di quella confederale, il cui eventuale sviluppo porterebbe a uno svuotamento dei contenuti dell’intero processo di integrazione, proprio in quanto questa nega il principio di sovranità condivisa, a favore di una labile alleanza.
Magyar nella sua campagna elettorale ha prospettato il rientro dell’Ungheria nel «mainstream» europeo. Il suo governo, e qui sta un suo punto di forza, dispone, per via della legge elettorale di stampo maggioritario, della necessaria forza e stabilità per centrare questo obiettivo. Dovrà correggere le storture illiberali della Costituzione ungherese, introdotte da Orban, lesive dello stato di diritto.
Da Magyar l’Ue si aspetta il contrario di quanto visto e subito nei passati tre lustri, ossia la fine della politica dei veti e un atteggiamento collaborativo, non ostile e subdolo come quello del suo predecessore. Sul tavolo del Consiglio europeo vi sono problematiche esterne e interne cruciali per un futuro dagli orizzonti piuttosto oscuri. Il premio della prospettiva federale su quella confederale sta proprio nelle sue potenzialità per affrontarle in modo unitario. Nella storia le confederazioni o si sono dissolte o sono evolute verso una federazione. L’indicazione è dunque netta.
Gli ungheresi hanno dato fiducia a Magyar, ora sia l’Ue, con le sue istituzioni e i suoi leader, a incoraggiarlo nel suo slancio riformistico. Giochi d’anticipo. Sblocchi i fondi congelati senza necessariamente aspettare il compiersi di riforme necessariamente lunghe, ma certe, proprio in quanto la super maggioranza della quale gode nel parlamento lo blinda da compromessi al ribasso. Il suo non sarà un governo di coalizione, con le incertezze del caso. Insomma, per quanto possibile, l’Ue gli spiani la via. Marchi la differenza rispetto all’era Orban. Faccia sentire al popolo ungherese quanto la loro scelta sia stata pagante. Se così sarà, allora il rientro ungherese dal nazionalismo potrebbe contribuire a riorientare le scelte prossime venture dell’elettorato europeo verso preferenze liberali e unitarie.
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