I sociologi e gli esperti delle varie scienze relative al comportamento umano concordano, pur in forme e misure diverse, sul fatto che la cultura morale e civile del nostro tempo sia impoverita non di poco. Questo palese impoverimento, affiancato da una politica pure sempre più povera, nel pensiero come nella prassi, non fa altro che favorire il dilagare della violenza che coinvolge in forma drammatica i rapporti di geopolitica internazionale, la vita sociale e le relazioni interpersonali della quotidianità.
Non serve un grande acume per capire che viviamo in un contesto sociale sempre più brutalizzato dove conflittualità, aggressività e incapacità di dialogo rendono la civile convivenza sempre più in regresso. Qualche studioso ha parlato della tendenza a regredire, addirittura, di qualche secolo, quando il filosofo inglese Thomas Hobbes parlava di «stato di natura» e di «guerra di tutti contro tutti». Il padre del celeberrimo «homo homini lupus» (l’uomo è un lupo per l’altro uomo) sosteneva che l’uomo non è naturalmente socievole, come aveva insegnato Aristotele, ma solitario ed egoista.
E per uscire da questo stato di solitudine, paura, conflittualità, gli uomini hanno convenuto (contratto sociale) di rinunciare tutti alla loro nativa indipendenza e ad ogni diritto per assoggettarsi a un unico potere che, per essere efficace, deve essere assoluto. E Hobbes nella sua opera Leviatano si riferiva non solo al potere civile ma anche ecclesiastico.
Oggi la tendenza a sottoscrivere forme di stato autoritario è diffusa, preparata da fenomeni che dall’inizio del Duemila hanno portato a parlare di populismi e postdemocrazia. Ma se questa fosse l’unica strada da percorrere sarebbe triste: andremmo verso una società sempre più destrutturizzata, sfuggente, dove sarà normale che «il pesce grosso mangi il pesce piccolo».
Quali potrebbero essere, allora, le strade da percorrere? Prima di tutto la via educativa e culturale che non faccia cadere nell’errore di considerare nuova cultura quella di una società di massa ipertecnologizzata, veloce e ripetitiva, che offre solo l’illusione della libertà perché teniamo in mano un dispositivo elettronico obbediente e rassicurante. E il dibattito, al proposito, innescato nelle scuole, ancora aperto, è da vedere positivamente.
E sono tante le sfumature a cominciare dal fatto che non è togliendo agli studenti I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni che risolviamo il problema. Anzi: ce ne fossero di romanzi come quello del grande lombardo…E in questa prospettiva va pure accostata la prima enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas dedicata alla custodia della persona umana e della sua dignità nel tempo della intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali.
Una seconda via da percorrere è certamente quella di maturare una visione vera e condivisa di pubblica sicurezza, portando a maturazione, senza ideologie, le forse troppo ottimistiche visioni della fine Novecento circa le società multiculturali e multietniche. Bisogna maturare una etica della tolleranza, della comprensione e della solidarietà senza le quali non è possibile una società plurale, equilibrata e giusta anche in rapporto alla mescolanza di etnie e religioni.
La terza via, infine, richiede una specificazione fra l’ecclesiale e il civile. Dal punto di vista della Chiesa bisogna che la parola d’ordine di oggi che è la «sinodalità» sia reale e non si limiti a moltiplicare tavoli di ascolto reciproco dove la garbatezza del dialogo fa soprassedere sul fatto che decisioni determinanti sono già state prese da solitarie oligarchie. Dal punto di vista civile, invece, bisognerà vigilare sempre più perché le democrazie, per quanto incomplete e perfettibili, non siano indebolite o sostituite. Rimangono ancora il meglio rispetto ad altre forme di esercizio di potere. Qualcuno ha anche specificato: la democrazia è il meno peggio fra le forme di governo.
La festa della Repubblica del 2 giugno, è diventata una occasione importante per riflettere anche sul grande bene della democrazia nel nostro Paese.



