Opinioni

Il 2 giugno torni a essere ode ai valori di democrazia e patriottismo

La Festa della Repubblica è un riferimento che appartiene al calendario liturgico civile e che risale al maggio del 1947, quando si volle solennizzare il giorno in chiave di pacificazione e riconciliazione nazionale
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Le frecce tricolori durante la parata del 2 giugno a Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le frecce tricolori durante la parata del 2 giugno a Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il 2 giugno non è solo la data di una ricorrenza, è pure un riferimento che appartiene al calendario liturgico civile entro il quale ricorrono momenti di costruzione di una cittadinanza democratica. L’istituzione di una festività volta a solennizzare la nascita della Repubblica in chiave di pacificazione e riconciliazione nazionale risale al maggio del 1947, su iniziativa di Fausto Gullo dopo che Giuseppe Di Vittorio ha avanzato l’idea di una giornata accompagnata da una generale sospensione del lavoro: da un lato l’obiettivo dell’unità delle classi lavoratrici, dall’altro la ricerca di una legittimazione da parte del Pci non solo come partito della Resistenza, ma pure come partito di affidabilità nazionale.

Ha inizio così una traiettoria che, inaugurata all’indomani del maggio 1949 allorché viene approvata la legge istitutiva del 2 giugno come festa nazionale, attraversa con alterne fortune i decenni repubblicani alimentando una memoria pubblica che sin dall’esordio si divide quanto al significato da attribuire alla ricorrenza attraverso le diverse declinazioni attribuite alla sua celebrazione.

Da parte delle istituzioni e dei partiti che nel corso della prima fase repubblicana detengono le leve del potere, l’equiparazione tra festa della Repubblica e festa dell’Esercito; da parte delle opposizioni di Sinistra, l’impegno alla sovrapposizione tra festa della Repubblica, Resistenza, Costituzione, pace. Una sovrapposizione che a lungo agisce anche come rivendicazione di una piena sovranità dell’Italia nel quadro di un sistema di relazioni internazionali che, dopo Jalta, la vede collocata nella sfera occidentale in una condizione democratica sì, ma a sovranità limitata, retta sulla conventio ad excludendum del Pci e su una sorta di damnatio gubernandi della Dc e dei suoi alleati.

Il compromesso costituzionale, come premessa del pluralismo politico ad opera di partiti pedagoghi che occupano gli spazi della società e nel contempo orientano l’opinione pubblica, agisce comunque da fattore di coesione che, nella successione delle ricorrenze del 2 giugno, consente l’affermazione di un sentimento di comune appartenenza e, per dirla con Piero Calamandrei, «un contesto pacifico e condiviso che definisce il perimetro delle azioni possibili».

E questo anche in momenti di aspra contrapposizione tra gli schieramenti politici, dalla estromissione delle Sinistre dal governo del 1947, alla spaccatura del 18 aprile 1948, agli anni del centrismo, alle stagioni della mobilitazione studentesca e operaia.

Un’ulteriore spinta a superare la possibile dicotomia tra festa del Governo e festa delle opposizioni si verifica negli anni in cui la solidarietà nazionale, assunta a forma politico parlamentare, rappresenta la risposta ai tentativi di destabilizzazione antidemocratica della Destra radicale e di «attacco al cuore dello Stato», di sovvertimento antistituzionale ad opera del terrorismo brigatista.

Una costante ricorre senza soluzione di continuità: la figura del Presidente della Repubblica come grande sacerdote della celebrazione della festa, una festa «ufficiale» dalle marcate sembianze di un evento interno alle istituzioni, con una partecipazione popolare che va progressivamente scemando, e lontano dal Paese reale.

La sfilata dell’esercito, la consegna delle medaglie, lo Stato che onora i suoi paladini e i suoi eroi, le processioni ai monumenti nell’intento di consegnare ai cittadini luoghi pubblici della memoria, i ricevimenti ufficiali nei palazzi del potere perdono via via la loro capacità di attrazione, varcando ampiamente i confini della retorica.

La festa sopravvive però ben oltre gli ambiti istituzionali quando in alcune situazioni viene fatta coincidere, su iniziativa di enti ed organismi democratici, con la festa della Costituzione della quale si invoca la piena attuazione, celebrando la Repubblica come «il volto della Patria, la base dell’unità nazionale e della democrazia», come il risultato più maturo della lotta resistenziale assunta a mito fondativo.

Cittadini spettatori delle sfilate da un lato, e cittadini attori-protagonisti dall’altro, impegno ad «inventare» una nuova ritualità ufficiale e sforzo a dar vita ad una festosità democratica contribuiscono, pur nelle loro differenze, a rafforzare l’ideale repubblicano nel segno di una memoria che sente di dover tornare al 2 giugno come celebrazione volta a coniugare sentimento nazionale e democrazia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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