L’imperialismo di Trump e il risveglio europeo

Il presidente americano ha annunciato nuovi dazi contro otto Paesi europei, incluso il Regno Unito, colpevoli di avere espresso solidarietà a Danimarca e Groenlandia in risposta alle minacce di annessione dell’isola da parte degli Usa
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Foto Epa/Bonnie Cash/Pool
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Foto Epa/Bonnie Cash/Pool
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Nuovi e selettivi dazi. Contro otto Paesi europei, incluso il Regno Unito, colpevoli di avere espresso solidarietà a Danimarca e Groenlandia in risposta alle minacce di annessione dell’isola da parte degli Usa e di avere inviato (pochissimi) soldati in Groenlandia come gesto simbolico atto a dimostrare la loro disponibilità a difenderla. È questa l’ultima, sconcertante decisione di Donald Trump. Che la Groenlandia – questo è ormai chiaro – la vuole davvero.

E che non è interessato, quindi, alle ampie concessioni prospettate da Copenaghen: ad accrescere la presenza militare statunitense od ottenere vari privilegi per sfruttare le potenziali risorse naturali groenlandesi.

Il «possesso» dell’isola, ha affermato il Presidente pochi giorni fa intervistato dal New York Times, «è psicologicamente necessario per il successo... la proprietà ti dà qualcosa che non puoi ottenere con una concessione di uso o un trattato. La proprietà ti dà cose ed elementi che non puoi ottenere semplicemente firmando un documento».

Si tratta di un altro passaggio di una crisi della Nato che, in caso di azione unilaterale statunitense, sarebbe davvero terminale. È infatti impensabile che l’Alleanza possa reggere a un evento simile. E però su questo, i Paesi colpiti e l’Unione Europea non sembrano finalmente voler indietreggiare.

Le reazioni sono state durissime. «Non accetteremo ricatti», ha affermato il premier svedese Ulf Kristersson. Persino il leader dell’estrema destra britannica, Nigel Farage, uno degli alleati più fedeli di Trump in Europa, è stato costretto a prendere le distanze.

Negli Usa, numerosi repubblicani hanno a loro volta attaccato Trump. Tra questi, vi sono senatori che nelle ultime settimane hanno assunto posizioni vieppiù critiche nei confronti di alcune iniziative dell’amministrazione, a partire dall’indagine aperta dal Dipartimento della Giustizia sul presidente della Fed, Jerome Powell. Si tratta di una fronda ancora piccola, ma significativa: per quel che rivela e per ciò che può determinare.

Espone infatti la debolezza crescente del Presidente e il potenziale attenuamento della sua stretta morsa sul partito e sui suoi rappresentanti al Congresso; e, viste le esili maggioranze a Camera e Senato, può mandare l’amministrazione in minoranza o bloccarne nomine fondamentali (è quanto, ad esempio, ha minacciato di fare il senatore Tillis della North Carolina rispetto a quella del futuro Presidente della Fed).

Un’annessione della Groenlandia costituirà «la fine della presidenza Trump» ha addirittura affermato il deputato repubblicano del Nebraska, Don Bacon, prospettando implicitamente una possibile convergenza bipartisan a sostegno di un altro impeachment.

I sondaggi offrono a loro volta dati politicamente significativi; meno del 20% degli americani sarebbe favorevole a un’annessione della Groenlandia; una percentuale che scenderebbe sotto il 5% se tale annessione dovesse comportare l’uso della forza militare.

Trump, si diceva, va preso assolutamente sul serio. Su questa partita si è esposto molto e non pare voglia tornare indietro. È difficile trovare oggi dossier di politica estera che meglio ne evidenzi una hybris imperiale ormai quasi fuori controllo.

Che si aggiunge al pieno dispiegarsi di un disegno violento e autoritario sul piano interno, come vediamo in Minnesota, ancora sostenuto da una larga maggioranza di repubblicani, ma anch’esso sempre più impopolare e contestato.

Un combinato disposto di imperialismo e autoritarismo che – nelle sue surreali e drammatiche manifestazioni – sta forse generando quella resistenza, dentro e fuori gli Usa, che si attendeva da tempo. Che potrebbe aiutare l’Europa a raddrizzare finalmente la schiena; e attivare, negli Usa, quegli anticorpi democratici troppo spesso mancati in questo primo anno di presidenza Trump.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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