Opinioni

Tensioni pentastellate tra Grillo e il «CamaleConte»

Il ritorno di Beppe Grillo riporta in primo piano la natura antisistema del Movimento 5 Stelle e le difficoltà della sua piena istituzionalizzazione
Beppe Grillo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Beppe Grillo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Grande è la confusione sotto il cielo del campo largo. La cronaca delle ultime settimane si è riempita di fattori di scontro e di occasioni di polemica, anziché di ricongiungimenti e sintesi intorno ai punti di una piattaforma comune che i «partner» continuano a rimandare. L’apertura di Elly Schlein al governo sul tema della politica energetica è stata subissata dal «fuoco amico» immediato di Giuseppe Conte e di Angelo Bonelli. Una mossa, come ovvio, totalmente legittima quella della segretaria del Pd, che aveva finalmente preso l’iniziativa su un tema di rilievo (giocandola in chiave di ricerca di un accordo bipartisan), accusata dai suoi «alleati», e in primis il guastatore presidente dei 5 Stelle, di avere compiuto uno «strappo grave».

Nel frattempo, in previsione della kermesse Nova, i militanti pentastellati sono chiamati a votare i punti del loro programma fra i quali il no al piano Rearm EU e quello all’innalzamento delle spese per la difesa. Insomma, due ulteriori «dita negli occhi» della parte più governativa del Pd, la cui base si ritrova sempre più in sintonia con gli umori dei 5 Stelle, ma che al vertice dovrebbe mantenere un approccio più «di sistema». E proprio per questo Conte se lo lavora ai fianchi senza sosta.

Senza compromessi è difficile trovare una quadra, e il combinato (in)disposto di tatticismo e posizionamento nella corsa per la primazia sull’alleanza non aiuta di certo. Ma il problema viene «da più lontano», e ha parecchio a che fare con la natura profonda, chiamiamola così, del Movimento 5 Stelle. Lo si vede in maniera chiarissima adesso, alla ricomparsa di uno scatenato Beppe Grillo intervistato nel podcast di Fedez e Mr. Marra, diventato (o tempora, o mores) un appuntamento politico significativo.

Il già cofondatore lancia le sue provocazioni sul «Movimento 0 stelle»: è altamente improbabile, che possa costruire un nuovo partit(in)o, ma si sta un po’ riprendendo la scena, capisce la finestra di opportunità aperta da Vannacci per fare potenzialmente la medesima operazione, agli antipodi, a sinistra (anche perché i problemi di salute lo rendono problematico per Di Battista, che aveva proprio tale obiettivo); e, soprattutto, cala una nuova carta a suo favore nella vicenda giudiziaria intorno alla titolarità del simbolo del M5S.

Ma torniamo ai «fondamentali» (e alle radici). Il Movimento 5 Stelle non nasce come una «semplice» forza d’opposizione: sorge come un fattore di incremento dell’entropia politico -istituzionale. La metafora termodinamica del caos in aumento descrive con esattezza la parabola della galassia post-grillina, che mantiene un’ambivalenza di fatto rispetto a qualsivoglia processo di istituzionalizzazione compiuta. Un paradosso significativo per un ex movimento fattosi partito (ma senza democrazia interna) e guidato da tempo, dopo aver commesso il «parricidio» nei confronti del cofondatore, da un azzimato giurista che ha ricoperto l’incarico di presidente del Consiglio.

E, infatti, ad alimentare le mai scomparse spinte antipolitiche e antisistemiche è proprio lui, nelle cangianti vesti del «CamaleConte». Dal big bang dell’universo a «5 stelle» alla deriva verso un potenziale «0 stelle» denunciata da Grillo, il dna antisistema del Movimento ha agito come un costante principio di destabilizzazione della politica italiana. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, come dovrebbe sapere anche chi non smette di dichiararsi «testardamente unitaria». Col rischio che il Pd faccia la fine della «rana bollita».

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