Opinioni

Stati Uniti fra strategia iraniana e incognita Siria

Emerge in modo evidente che restano comunque aperti anche quei conflitti che Donald Trump riteneva oramai definitivamente chiusi
Anche sul fronte siriano gli Usa dovranno affrontare non poche incognite - © www.giornaledibrescia.it
Anche sul fronte siriano gli Usa dovranno affrontare non poche incognite - © www.giornaledibrescia.it
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Durante la sua prima Amministrazione, Trump cambiò ben cinque persone alla guida del Pentagono. Il primo ad andarsene, dopo aver tentato di dare disciplina istituzionale a una politica estera impulsiva, fu James Mattis, ex Generale dei Marines, già responsabile militare di tutto lo scacchiere mediorientale.

Tra i motivi delle dimissioni la sua contrarietà alla decisione del Presidente di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria, ritenuta un disimpegno prematuro, poiché avrebbe indebolito la campagna contro lo Stato Islamico, esposto i partner locali lasciando campo a nuove destabilizzazioni e, soprattutto, restituito a Iran e Russia margini di manovra e profondità strategica, riducendo la leva americana sull’assetto regionale.

Tra le lezioni che lasciò Mattis, profondo conoscitore della teoria militare e noto per la sua capacità di sintetizzare il pensiero di Sun Tzu e von Clausewitz, ci fu quella che «nessuna guerra è finita finché il nemico non dice che lo sia».

Contestualizzata all’oggi, la frase smonta l’illusione dell’atto unilaterale: si può dichiarare chiuso un conflitto in una conferenza stampa, ma finché l’altra parte continua a combattere, anche attraverso i propri alleati, i cosiddetti proxies, la campagna continua. Nei conflitti «politici» come quello contro l’Iran, l’avversario non firma una resa in calce a un comunicato, ma si adatta, redistribuisce la pressione, rende l’impegno sempre più oneroso, sceglie il tempo lungo.

La strategia perseguita dalla Repubblica Islamica è chiara: guerra per procura, asimmetria, deterrenza missilistica e priorità alla sopravvivenza del regime. Negli ultimi anni si è però aggiunta anche una pratica sempre più raffinata: quella della zona grigia, l’arte di restare in bilico tra uno stato di tensione e uno di tregua, costringendo l’avversario a un bivio ugualmente sfavorevole: reagire in modo sproporzionato col rischio di allargare il confronto oppure insistere nelle minacce senza intraprendere azioni concrete.

Nello scontro attuale questa logica si traduce in una resilienza decentrata, che rende difficile chiudere la partita decapitando il vertice. E consente a Teheran di colpire a distanza, con missili, droni e attraverso reti di alleati, moltiplicando i fronti a bassa intensità che assorbono risorse e attenzione. Ma soprattutto usa il Golfo Persico come una leva economica globale: le minacce di chiusura dello stretto di Hormuz, rilanciate ieri dalla nuova Guida Suprema, il rischio marittimo e gli shock sui prezzi servono a trasformare la campagna militare in un problema politico ed energetico per chi la conduce. A questo approccio pragmatico, che mira a creare un caos controllato, gli Stati Uniti contrappongono una non-strategia.

Nelle ultime settimane la Casa Bianca ha oscillato tra due posture incompatibili: da un lato il messaggio di guerra breve, «praticamente non resta più nulla da colpire», dall’altro l’idea di dover «finire il lavoro», ossia estendere l’azione finché l’avversario non cede. Non si parla più di rovesciare il regime, del cui compito ha investito lo stesso popolo iraniano, dicendo che ora ha un’occasione irripetibile, sgravandosi così dal conseguimento di questo obiettivo, ma imporre vincoli permanenti e verificabili su nucleare e missili, unitamente a una correzione di rotta sul comportamento regionale. Esattamente quelli di un anno fa.

Trump ha poi elencato in perfetto disordine così tanti target che, almeno per pura inerzia statistica, alcuni saranno sicuramente raggiunti. Se nella fase pre-conflitto la questione sul nucleare pareva risolvibile e in parte accettabile dall’Iran, quella sui missili balistici non è mai stata negoziabile, poiché avrebbe privato Teheran di un fondamentale strumento di deterrenza in funzione anti-israeliana. L’inevitabile riduzione dell’arsenale missilistico conseguente alla crisi in corso potrebbe portare i Pasdaran a redistribuire la pressione sul teatro regionale. In questa logica la Siria torna a essere un moltiplicatore di frizione più che un fronte secondario.

La transizione apertasi a Damasco ha infatti prodotto più vuoti che certezze: un mosaico di attori, confini porosi e un terreno ideale per la guerra per delega. Per l’Iran la Siria resta il corridoio naturale verso il Libano e quindi verso Hezbollah; per Israele è la retrovia da interdire con una campagna preventiva che, per definizione, non chiude mai la partita, ma la prolunga in una sequenza di colpi. Per Trump è un’opportunità affaristica da oltre 200 miliardi di dollari; questo il valore della ricostruzione del Paese. Nel frattempo, proprio ciò che Mattis temeva si materializza come effetto sistemico: ogni arretramento della presenza statunitense nell’area riduce la capacità di sorveglianza, interdizione e deterrenza, mentre Teheran, fedele alla logica della zona grigia, sfrutta gli interstizi che si aprono tra controllo territoriale e ambiguità politica. In un teatro più poroso, le reti di alleati, i canali di contrabbando e le operazioni a bassa intensità si moltiplicano, rendendo l’impegno statunitense più costoso e meno governabile. Da qui l’equivoco della formula finire il lavoro: nelle guerre politiche il lavoro non finisce, cambia geografia e la Siria è il luogo in cui, per definizione, tende a ricominciare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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