La diplomazia armata di Trump nella trattativa con l’Iran

Nel 1993, salendo sul ponte della portaerei Theodore Roosevelt, Bill Clinton consegnò a una battuta il lessico concreto della potenza americana: quando scoppia una crisi internazionale, la prima domanda che ci si pone alla Casa Bianca non riguarda le dichiarazioni o i comunicati stampa, ma è dove si trovi la portaerei più vicina. Un gruppo navale rappresenta infatti la geografia immediata della forza e oltre a sviluppare un imponente potenziale volume di fuoco, è essenzialmente una formidabile forma di pressione politica nei confronti dell’avversario.
Non a caso George H. W. Bush, da comandante in capo, rivendicò la stessa prassi, tanto da attribuirsene la paternità. È notizia recente che Donald Trump abbia ordinato alla Uss Ford, impiegata per far fronte alla crisi venezuelana, di dirigersi verso il Medio Oriente dove raggiungerà il Gruppo navale della Lincoln, già schierata nel Mare Arabico. Strumenti militari che si fanno interlocutori sinistri, intimidatori, nell’ambito dei colloqui tra Washington e Teheran che si stanno tenendo da qualche giorno in Oman. Negoziati che partono da una frattura di metodo prima che di merito.
L’Iran, per voce del suo ministro degli Esteri Abbas Araghchi, insiste per una cornice negoziale strettamente delimitata, la quale prevede che l’oggetto della trattativa verta esclusivamente sul dossier nucleare e che la discussione si svolga in un clima «calmo» e senza minacce. Come segno di buona volontà e di spirito di collaborazione l’Iran sarebbe disposto a «diluire» l’uranio con sostanze che ne abbassino il grado di arricchimento, rendendolo così non più utilizzabile per scopi militari, con il duplice obiettivo di ottenere la revoca delle sanzioni economiche e una cornice di riconoscimento della dimensione civile del programma.
Parallelamente, per ridurre la pressione politica interna, Teheran tende a negare che siano all’ordine del giorno misure simbolicamente sensibili come il trasferimento all’estero dell’uranio arricchito. Gli Stati Uniti, invece, tendono a immaginare un’intesa più ampia: non solo limiti e verifiche sul nucleare ma, come già Trump aveva cercato di imporre nel suo primo mandato, anche vincoli sul programma missilistico e sulla proiezione regionale di Teheran, esercitata attraverso il sostegno a gruppi alleati armati e milizie nell’area.
Exclusive: The US military is preparing for the possibility of sustained, weeks-long operations against Iran if President Trump orders an attack, US officials told Reuters, in what could become a far more serious conflict than previously seen https://t.co/CSYIvHGZTB
— Reuters (@Reuters) February 13, 2026
In alternativa, qualora l’accordo restasse formalmente circoscritto al nucleare, Washington mira almeno a inserire leve negoziali per affrontare quei capitoli in un secondo momento: ad esempio con un alleggerimento delle sanzioni a tappe e revocabile, ancorato ai controlli sul programma nucleare e condizionato a segnali verificabili di limitazione del piano missilistico e nella postura regionale iraniana. Si tratta, per ora, di due posizioni lontane, che producono un dissenso strutturale: finché non si chiarisce il perimetro della trattativa, ogni accordo resta fragile e la minaccia rischia di apparire più credibile dell’intesa.
È qui che la portaerei diventa un oggetto politico prima che militare: un dispositivo di comunicazione strategica, pensato per essere visto e interpretato. Il suo arrivo comunica tre messaggi simultanei. Il primo è diretto a Teheran: la trattativa non si svolge in astratto, ma dentro un rapporto di forza e di rischio; il ridispiegamento serve a rendere credibile la deterrenza e a ricordare che Washington dispone di opzioni di pressione oltre al negoziato. Il secondo messaggio è una rassicurazione agli alleati e ai partner regionali, Israele e monarchie del Golfo in primo luogo, che temono di restare esposti ad una eventuale ritorsione iraniana in caso di attacco statunitense.
The next chapter for Iran must be defined by freedom.
— Roberta Metsola (@EP_President) February 14, 2026
The regime clinging on to power by massacring Iranians demanding liberty, by torturing dissidents and cutting off communication, is a desperate regime that knows its days of repression are numbered.
The people of Iran have… pic.twitter.com/w9giv1SUzn
Il terzo, meno dichiarato ma decisivo, parla agli americani: mostrare un dispositivo navale in movimento significa segnalare capacità di comando e prontezza, offrendo copertura politica a un negoziato che, altrimenti, apparirebbe come un’attesa passiva. Sullo sfondo resta parte della società iraniana che in più ondate ha tentato di sfidare il regime e ne ha pagato il prezzo. Le dichiarazioni occidentali sul «sostegno al diritto di protestare» hanno alimentato l’idea che, prima o poi, Washington avrebbe trasformato la solidarietà verbale in un investimento politico.
E così l’apertura di un canale negoziale, pur non equivalendo a un’adesione morale, produce un effetto politico immediato: offre al potere degli ayatollah lo status di interlocutore necessario, di attore legittimo, rafforza la pretesa di normalità internazionale del regime e consegna ai dissidenti un messaggio impietoso: la stabilità strategica vale più dei diritti e del loro destino.
Michele Brunelli - Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea - Università di Bergamo
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