Iran, il regime contro il seme della libertà

Il regime iraniano appare sempre più fragile e repressivo, con proteste diffuse ma prive di una leadership. I pasdaran restano il vero pilastro del potere e il principale ostacolo a un cambiamento
L'artista satirico Kaya Mar dipinge un'opera contro Khamenei fuori da Downing Street - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'artista satirico Kaya Mar dipinge un'opera contro Khamenei fuori da Downing Street - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Durante le proteste del 2022 innescate dalla morte di Mahsa Amini, l’Ayatollah Khamenei paragonò il sistema ad un albero incrollabile, saldamente radicato nel terreno, che nessuno avrebbe potuto osare sradicare. Quel «giovane germoglio» che secondo la Guida Suprema sarebbe divenuto un albero possente, simbolo della verità stabilizzata nel tempo, è in realtà marcescente al suo interno, fiaccato dalla corruzione endemica, dall’incapacità di risanare un’economia asfittica, anche a causa dell’embargo pluridecennale che grava su di essa e soprattutto dall’abulia nel dare risposte alle richieste legittime di rispetto dei diritti più elementari. Un albero le cui radici non rappresentano più il legame profondo con il popolo e con la rivoluzione del 1979, ma negli slogan dei manifestanti diventa piuttosto un ostacolo da abbattere, affinché le sue fronde non oscurino più la luce della libertà.

Quando un regime si percepisce in pericolo tende ad alzare sproporzionalmente il livello di repressione ed è ciò che sta accadendo negli ultimi giorni nel Paese, con la quasi impossibilità di comunicare verso l’esterno, se non attraverso Starlink, l’unico strumento in grado di perforare la barriera censoria del regime e di restituire al mondo, anche come denuncia, un piccolo drammatico spaccato di ciò che sta realmente accadendo. Ma è una restituzione degli eventi limitata alla grande città di Teheran, con immagini spaventose di corpi ammassati negli obitori cittadini, che aumenta a dismisura una rabbia non più latente, ma concreta, che si fa azione anti-sistema. Nulla trapela invece dalle realtà locali, ove la repressione è più sistematica e brutale perché avviene lontano dai riflettori mediatici e diplomatici, in territori etnicamente e socialmente marginalizzati, e nei quali il regime cerca di spegnere sul nascere qualsiasi forma di dissenso organizzato o l’emergere di leadership alternative locali.

Quest’ultimo è uno dei due punti essenziali per poter valutare la plausibilità o la difficoltà di un effettivo regime change. Nelle proteste dell’Onda Verde del 2009, esplose dopo la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, l’opposizione poteva riconoscersi in figure politiche identificabili, come Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karrubi, portatrici di un’agenda riformista, seppur conforme ai rigidi dettami della Repubblica Islamica. Per il regime fu quindi più semplice contenere il movimento attraverso l’arresto dei suoi leader.

Oggi, invece, mancano figure in grado di coagulare stabilmente la protesta: un elemento che, al tempo stesso, la rende meno vulnerabile a una repressione mirata e più difficile da tradurre in un progetto politico alternativo. In assenza di una personalità di riferimento non è possibile incarcerare il simbolo della rivolta; ma proprio per questo non emerge, con la stessa chiarezza, una proposta di governo credibile e condivisa. Si sa solo che dovrà essere necessariamente laica, così come i manifestanti chiedono.

Le proteste si stanno diffondendo in tutto il mondo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le proteste si stanno diffondendo in tutto il mondo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La seconda questione riguarda la mera dimensione della forza. Nel 1979 i rivoltosi ebbero la certezza di aver vinto non quando lo Shah, che pur incarnava l’istituto monarchico, lasciò il Paese, ma dopo la dichiarazione di neutralità dell’Esercito e la conseguente decisione di cessare ogni azione militare contro la popolazione in rivolta. In Iran, oggi, la vera forza repressiva del regime è incarnata dai Pasdaran, custodi dell’ortodossia, funzionale al mantenimento dei loro privilegi. Si tratta infatti di un corpo ideologicamente disciplinato che combina funzioni di sicurezza con un ruolo determinante nella sfera istituzionale e un vasto impero economico. Un collasso dell’ordine vigente comporterebbe la perdita di potere e degli asset che controllano: dall’energia all’edilizia, dalle attività commerciali formali e informali fino al narcotraffico. Sono i Guardiani della Rivoluzione a rappresentare la robustezza dell’albero della Repubblica Islamica, che vogliono mantenere in vita per garantire la loro stessa sopravvivenza. Anche fisica.

Ad oggi sembra difficile prevedere una loro defezione o una dichiarazione di neutralità che permetterebbe una transizione o un cambio radicale di regime. Sarà l’attore che più premerà per proseguire nella repressione violenta della protesta, arrogandosi – se fosse necessario – la gestione di un commissariamento securitario del Paese, capace di orientare i meccanismi formali verso una soluzione gradita, garantendo ordine pubblico e continuità. Ma soprattutto privilegi. Mentre il regime tenta di salvare il proprio albero con la forza, la piazza ha già piantato un seme diverso: la libertà come criterio della vita pubblica, non come disciplina resa intoccabile dall’interpretazione del testo sacro.

Michele Brunelli, docente di Storia e Geopolitica dell’Asia contemporanea - Univ. Bergamo

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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