La guerra di Trump porta all’escalation

A partire dallo scorso mese di settembre la Casa Bianca ha autorizzato il Pentagono a presentarsi non più soltanto come Department of Defense, ma Dipartimento per la Guerra. Questa è una definizione che in Europa rimase ufficialmente in voga fino al Secondo dopoguerra.
Da quel momento, con l’istituzionalizzazione dell’ordine Onu e della sicurezza collettiva venne progressivamente sostituita dalla formula «Difesa», cambiando anche il lessico con cui gli Stati rivendicano la legittimità dell’uso della forza. Le istituzioni non si rinominano per nostalgia antiquaria ma quando vogliono spostare il baricentro morale delle decisioni. È una dichiarazione di grammatica politica: chiamarlo Guerra non descrive solo ciò che si fa; suggerisce ciò che si è disposti a fare e ciò che si ritiene legittimo fare prima ancora che un missile venga lanciato.
Nella crisi con l’Iran, le parole diventano strumenti di escalation: restringono l’insieme delle opzioni praticabili, trasformano la prudenza in debolezza e il compromesso diventa cedimento. E allora la questione diviene non solo dove porteranno i prossimi attacchi, ma quale tipo di ordine internazionale nasce quando una potenza egemone riscrive per decreto il proprio vocabolario. La guerra non è iniziata ieri, ma quando si è deciso che l’unica via percorribile fosse quella della pressione militare e dunque la forza, costringendo alleati e avversari a coniugare i verbi nello stesso tempo e nello stesso modo.
Non a caso il Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti «hanno bombardato per la seconda volta il tavolo dei negoziati», sottolineando che l’attacco abbia fatto saltare un percorso diplomatico già in corso.
Simbologia
L’operazione congiunta Usa-Israele viene presentata da Trump come necessaria a neutralizzare minacce strategiche (nucleari, missilistiche, regionali) e, nella stessa frase, come invito agli iraniani a «prendere il controllo» del proprio governo. È la fusione, raramente così esplicita, tra obiettivo militare e ambizione politica. Anche il momento ha un significato preciso. L’offensiva cade nel mese di Ramadan e a poche settimane dal Capodanno persiano (20 marzo) e lancia un messaggio ideologico-propagandistico: dimostrare agli Ayatollah che la mobilitazione religiosa del proprio popolo contro Washington e Gerusalemme non avverrà, sebbene ci si trovi in un mese sacro.

Ma il periodo è anche quello della vigilia di un rinnovamento: Nowruz celebra la rinascita della natura, un nuovo inizio, rappresenta la vittoria della vita e della speranza. Ideologica è del resto anche la denominazione stessa dell’Operazione, Ruggito del leone, che si colloca nella tradizione israeliana delle etichette operative a risonanza biblica e si pone in continuità con la cornice già attivata con Rising Lion: il leone quale figura di forza, determinazione e deterrenza, un’immagine che parla al pubblico israeliano e al codice simbolico con cui Israele rivendica le proprie campagne come necessarie e inevitabili. Nel contempo, il richiamo intercetta anche il simbolismo nazionale iraniano pre-rivoluzionario, il leone e il sole della bandiera imperiale, un repertorio iconografico che una parte dell’opposizione riattiva come alternativa alla Repubblica Islamica.
In questa prospettiva, la formula acquista una doppia leggibilità: da un lato consolida la narrativa israeliana di potenza e di voce deterrente (il ruggito), dall’altro può essere recepita in Iran come un segnale indirettamente rivolto a quell’immaginario, quasi a suggerire che lo scontro non riguardi solo capacità militari, ma anche legittimità politica e identità dello Stato.
Scenari
Da qui discendono quattro scenari: il primo è quello dell’escalation controllata: colpi e risposte dure, poi una via d’uscita negoziale. È la logica del colpire per negoziare: dimostrare capacità e determinazione per ottenere un accordo migliore. Ma la via d’uscita esiste solo se entrambe le parti possono raccontare internamente una storia credibile: per Washington, «abbiamo ristabilito la deterrenza»; per Teheran, «abbiamo resistito senza piegarci». Nel lessico del Ministero della Guerra tuttavia la narrazione ammette meno sfumature: la vittoria deve apparire totale e la de-escalation rischia di assomigliare a un ripensamento. Oggi questo è uno scenario lontano.
Più probabile è la campagna prolungata: giorni che diventano settimane, obiettivi che si allargano e la tentazione di trasformare la pressione militare in una scommessa di trasformazione politica. Qui la fragilità non è tecnica ma strategica: una campagna lunga moltiplica gli incidenti, aumenta la probabilità di vittime civili, consuma capitale diplomatico e apre spazi a ritorsioni asimmetriche.
L’Iran punta ad un allargamento del conflitto e cerca di minare la rete di alleanze statunitensi con i Paesi del Golfo. Se l’operazione proseguirà colpendo in profondità nodi di comando e capacità sensibili, gli esiti plausibili restano due, entrambi destabilizzanti: una radicalizzazione del regime in caso di sua sopravvivenza, con più repressione e più asimmetria esterna; oppure un collasso con rischi di frammentazione, violenza diffusa e vuoti di potere in una delle aree più delicate del sistema internazionale.
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