Iran, la successione di Khamenei e l’affermazione dell’ala radicale

Fin dalle sue origini, la Repubblica iraniana ha funzionato come un sistema a centri multipli, in cui la verticalità carismatica del leader convive con una distribuzione reale di risorse
Una manifestazione in sostegno dell'Iran dopo l'attacco Usa-Israele - Foto Ansa/Epa/Nazir Sufari © www.giornaledibrescia.it
Una manifestazione in sostegno dell'Iran dopo l'attacco Usa-Israele - Foto Ansa/Epa/Nazir Sufari © www.giornaledibrescia.it
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Nel 1988, dopo otto anni di un conflitto intenso e logorante che aveva causato centinaia di migliaia di morti e ridotto l’economia sull’orlo del collasso, Ruhollah Khomeini, bevendo «l’amaro calice della tregua», come ebbe a dire, accettava il cessate-il-fuoco che metteva fine alla guerra con l’Iraq. Nonostante l’Ayatollah incarnasse la Repubblica Islamica che lui stesso aveva fondato, nemmeno allora il potere poteva considerarsi monolitico.

Dietro la sua figura ieratica e torva, erano molti i religiosi che avevano posture differenti e che, nell’ombra delle diverse istituzioni politico-religiose, si scontravano non senza asprezza su questioni tanto teologiche quanto politiche ed economiche.

Il policentrismo

Fin dalle sue origini, la Repubblica iraniana ha funzionato come un sistema a centri multipli, in cui la verticalità carismatica del leader convive con una distribuzione reale di risorse: la legittimità religiosa non coincide mai del tutto con l’autorità di governo; gli apparati di sicurezza non sono meri esecutori, ma attori capaci di imporre priorità e le istituzioni di controllo, nate per «proteggere» la rivoluzione, come i Pasdaran, finiscono per diventare arene di competizione fra élite.

È questo policentrismo, fatto di canali paralleli e capacità di veto, che spiega perché l’Iran possa apparire compatto nei momenti di mobilitazione e, al tempo stesso, attraversato da conflitti sotterranei quando si tratta di distribuire costi, colpe e rendite.

Non stupisce dunque l’apparente contraddizione dietro il discorso del Presidente Pezeshkian quando, in una inedita richiesta di scuse rivolta agli Emirati e più in generale ai vicini del Golfo, tenta di separare il teatro regionale da quello della guerra con Washington. La contemporanea prosecuzione degli attacchi contro assetti americani e la reazione degli ambienti ultraconservatori che hanno pubblicamente ridimensionato l’offerta, non è incoerenza, ma conflitto di competenze in un sistema policentrico.

L’Esecutivo prova a limitare l’allargamento del fronte e a disincentivare l’integrazione operativa dei vicini con la campagna Usa-Israele, mentre l’apparato securitario considera vitale portare la guerra a un livello di costi insostenibili per il nemico, mantenere la deterrenza e dare prova di tenuta interna, ancor più dopo l’eliminazione di Khamenei.

La stessa logica spiega l’opacità sulla successione: il nome di Mojtaba Khamenei è inizialmente circolato come segnale e prova di consenso, sebbene si fosse anche parlato di una scelta diversa dell’Assemblea degli Esperti.

Un manifesto col volto di Mojtaba Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un manifesto col volto di Mojtaba Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le quattro correnti

Ad oggi sono quattro le principali correnti del policentrismo teocratico. Un primo gruppo fa riferimento ai Conservatori tradizionalisti, eredi diretti della tradizione clericale che portò al potere Khomeini nel 1979, formatisi nei seminari di Qom, il centro teologico dello sciismo iraniano. Sono tra i più strenui difensori del primato della gerarchia religiosa nella conduzione dello Stato, dell’economia e dei «valori» tradizionali dell’Islam sciita. Tra questi molti guardarono con sospetto e irritazione la scelta di Khamenei a Rahbar (Guida) nel 1989, poiché privo del rango di Grand Ayatollah e oggi guardano con preoccupazione l’ipotesi di un successore ancor meno qualificato dal punto di vista teologico come Mojtaba.

Fu proprio per questo che Ali Khamenei diede vita ai Principalisti, la coalizione egemone durante i 37 anni del suo potere, una fazione che spostò l’asse del potere verso posizioni sempre più intransigenti a ogni afflato riformista e libertario. Al loro interno coesistono più correnti: dai conservatori tradizionali, ai pragmatici istituzionali, sino all’ala ultra-principalista messianica, espressione ideologica dei Pasdaran, per i quali il conflitto con l’Occidente non è gestibile diplomaticamente poiché ontologico.

La Guida suprema Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Guida suprema Ali Khamenei - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ricollegandosi invece a un altro co-fondatore della Repubblica Islamica, Hashemi Rafsanjani, sono i membri dei Pragmatici-conservatori, che rappresentano la componente tecnocratica e parte dei vecchi potentati economici dell’Iran. Oltre a cercare di favorire una gestione più efficiente dell’economia, propugnano un approccio moderato alle relazioni internazionali, ricercando soluzioni diplomatiche alla crisi.

Infine vi sono i Riformisti, i quali sostengono la necessità di conciliare i principi islamici della Rivoluzione con le istanze di democrazia, dello stato di diritto e dei diritti civili. Nella loro visione politica la Guida Suprema deve essere una figura di riferimento morale e non esercitare il potere come un sovrano assoluto.

Il nuovo Rahbar

Al nuovo Rahbar che uscirà da una di queste fazioni spetterà la decisione se bere o meno il calice amaro della tregua. A lui il compito di ricomporre o irrigidire l’equilibrio interno e internazionale. Se la sua selezione risultasse troppo influenzata dai Pasdaran, l’Iran rischierebbe un salto di qualità verso una securitizzazione permanente della teocrazia, una torsione pretoriana del sistema, in cui la legittimità teologico-clericale verrebbe subordinata alla legittimità rivoluzionario-militare.

Comunque sarà non determinerà soltanto l’architettura interna della successione, come continuità o frattura con il passato, ma il futuro politico dell’Iran e, per riflesso, dell’intero scacchiere del Golfo, dove ogni segnale di apertura o di radicalizzazione si traduce immediatamente in riallineamenti, posture militari, violazione di diritti e calcoli di sicurezza energetica.

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