In perenne campagna elettorale, la politica strumentalizza sempre i temi riguardanti la difesa, battendo con enfasi sui tasti del riarmo e dello spreco di risorse, cavalcando un sentimento pacifista che, al di là di nobili fondamenta, si alimenta di slogan di facile effetto. Non va diversamente in questi giorni, con l’opposizione che grida al «folle sperpero» per le armi e la maggioranza che sottolinea invece un «responsabile taglio» di 8 miliardi alle spese militari di fronte all’impennata inflazionistica e alla crisi energetica.
Sfrondati dalle polemiche, i dati richiedono un esame oggettivo: l’Italia, dopo non poco travaglio di indirizzo, insistenze in Europa e conseguenti concessioni, puntava a una flessibilità sui conti pubblici per 36 miliardi: 7 per l’energia e 7 per la difesa nel 2027; 7 per l’energia e 14 per la difesa nel 2028. Il ministro dell’Economia Giorgetti ha poi invece comunicato che l’Italia utilizzerà sì i margini previsti nel 2027 (pari allo 0,3% del Pil sia per l’energia, sia per la difesa), ma che nel 2028 la flessibilità per la difesa sarà dimezzata, passando dallo 0,6 allo 0,3% del Pil.
Di fatto, quindi, non si tratta di tagli alla difesa, ma di un «minor aumento». Una crescita, quella della spesa per il comparto, per la quale il ministro Crosetto si augura che «lo 0,3% per il 2027, già preventivato in tale misura, non venga toccato e sia utilizzato per le priorità individuate dalla difesa». Nel 2028, per ora, è stato previsto un altro aumento dello 0,3 al posto dell’iniziale 0,6, confidando nelle possibilità di un miglioramento in prospettiva.
Del resto, la situazione della difesa italiana arranca da decenni, vittima della insensata politica al ribasso seguita da tutta l’Europa occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, nella convinzione (rivelatasi negli ultimi anni quanto mai fallace) che sarebbero bastate da allora in poi forze armate dimensionate per «missioni di pace» o poco più. Recuperare realtà destrutturate in oltre trent’anni è arduo e quasi irrealizzabile, per mancanza di pianificazione, strutture e, soprattutto personale, con generazioni in larga maggioranza ormai lontanissime dal concetto della difesa della Patria in armi (tanto che anche la Germania fatica, e molto, a trovare giovani volontari per l’esercito, nonostante l’offerta di una paga iniziale mensile di 2600 euro lordi).
Gli investimenti previsti, augurandosi che restino stabili nel tempo, sono un primo segnale di inversione di tendenza e probabilmente il massimo di quanto oggi si possa fare. Aumentando le spese per la difesa di 0,3 punti percentuali nel 2027, si arriverà finalmente a sfiorare quel 2% che l’Italia si era impegnata a raggiungere nel vertice Nato in Galles nel 2014 (premier Renzi). Nonostante il maquillage politico che un anno fa aveva magicamente fatto balzare al 2% il rapporto tra spese e Pil (inserendo nel calcolo anche voci come Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto, pensioni, ecc.) la reale spesa italiana per la funzione difesa non si è infatti mai discostata dall’1,6%, fanalino di coda Nato.
❝European Allies stepping up and doing more for the defence of this part of NATO territory. A stronger Europe in a stronger NATO❞ @SecGenNATO commends @1GENLCorps during visit to Münster, Germany https://t.co/79XPwCmuNH
— NATO (@NATO) October 1, 2026
Non serve elencare carenze: ci sono più o meno in tutti i settori, tra rete di sorveglianza e scoperta radar e satellitare, difesa antiaerea e antimissilistica, aerei antisommergibile e da trasporto strategico, mezzi corazzati per la fanteria e, soprattutto, scorte di munizioni, dotazioni, logistica, aree addestrative e invecchiamento del personale (con in più, a danno dell’addestramento, la palla al piede di Strade Sicure). Ma con così tanto da recuperare la pianificazione, neppure così ambiziosa, degli Stati maggiori continua a scontrarsi con lentezze e indecisioni politiche, risorse a singhiozzo e dilazionate a scapito della pianificazione industriale.
E nell’enfasi politica ci si dimentica che su 100 euro per la difesa, 60 vanno al personale (quasi 300mila uomini e donne, tra militari di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri e personale civile), 10 al funzionamento quotidiano (carburanti, manutenzioni, divise, mense, ecc.) a cui è legato un universo di cooperative e artigiani, e 30 agli armamenti indispensabili alla difesa del Paese (che l’art. 52 della Costituzione definisce «sacri dovere» per il cittadino). Investimenti che sostengono un’industria, da piccola a grande, che dà lavoro ad altre 300.000 persone, stimolando ricerca tecnologica e scientifica con infinite ricadute anche nel civile.




