Il tema delle spese per la Difesa è tra quelli su cui più spesso si agita la politica nazionale, che, in perenne campagna elettorale, agita spettri come «il riarmo», destinato secondo alcuni a spingerci verso il baratro bellico o utilizza paragoni a effetto come «quanti asili si costruiscono al prezzo di un caccia?» (e quanti, si potrebbe dire, se non ci fosse un’evasione fiscale di 200 miliardi?).
Così anche l’osservazione del ministro Tajani sui fondi Safe a disposizione dell’Italia ha scatenato l’ennesima bagarre. Che l’Europa, nell’ambito dei 150 miliardi stanziati per la «Security Action For Europe» ne abbia destinati «sino» a 14,9 all’Italia è noto da molto tempo. Si tratta di una occasione eccezionale per l’asfittico bilancio della nostra Difesa, che, conteggiando con «disinvoltura» anche spese che c’entrano assai poco, disporrebbe di oltre il 2% del Pil, mentre la percentuale reale per la funzione strettamente militare non si è mai discostata granché dall’1,5%.

Il meccanismo Safe è un prestito a interessi favorevolissimi (molto più di quanto l’Italia potrebbe mai fare emettendo titoli propri) da restituire in 45 anni, con una «elasticità» di altri 10 (quindi sino a ben 55 anni). Il Governo, dopo non pochi mal di pancia della maggioranza, afferma che potrebbe chiedere di utilizzare tra 4 e 6 miliardi, con decisione rimandata al Parlamento a fine anno: Bruxelles ha già fatto sapere però che la decisione deve essere presa in fretta, per evitare che le quote Safe siano opzionate da altri Paesi (le hanno già richieste in 19, con la Polonia in veste pigliatutto).
Anche con circa 5 miliardi di Safe, comunque, pagheremmo programmi che sono già in corso e difficilmente potremo recuperare almeno parte del grande gap che abbiamo accumulato in oltre trent’anni di ridimensionamento della Difesa, fidando nell’illusorio «dividendo di pace» seguito alla caduta del Muro di Berlino e nell’oggi non proprio saldissimo ombrello statunitense.
E sì che gli Stati maggiori hanno prodotto, specie in anni recenti, visioni più chiare e concrete e che al ministro Crosetto va riconosciuta solida competenza nel settore. Ma, anche alla luce delle spietate indicazioni venute dalle guerre in Ucraina e nel Golfo, ci sarebbe da mettere mano molto seriamente e rapidamente allo strumento militare, deficitario in troppi settori e non solo negli armamenti «di punta»: siamo al lumicino nelle dotazioni, nelle scorte, non abbiamo aree addestrative (nonostante ci sia, inapplicata, anche una legge che obbliga ogni Regione ad individuarne una) e l’età media dei nostri soldati è ben 43 anni.
Abbiamo, per esempio, navi splendide, apprezzate in tutto il mondo, ma siamo a corto di equipaggi ed è meglio non indagare troppo su quanti missili antiaerei possiamo caricare nei lanciatori imbarcati. Per programmare investimenti in strutture e personale, poi, la nostra industria della difesa dovrebbe poter contare su pianificazioni almeno quinquennali e non soggette a revisioni dovute a ripensamenti legati al momento politico.
Crosetto ha anche detto che le Forze armate avrebbero bisogno di altri 40.000 militari: le carenze numeriche da colmare ci sono, ma senza apprestare anche dotazioni, equipaggiamento e soprattutto addestramento, si corre solo il rischio di accrescere il pesante assetto da «stipendificio» dello strumento militare. Già oggi la voce stipendi supera il 50% di un bilancio della Difesa di circa 36 miliardi, ben 9 dei quali se ne vanno (quasi tutti in stipendi) solo per l’Arma dei Carabinieri.
La difesa in Italia è da sempre materia più subita che pensata: logica vorrebbe che lo Stato decidesse quale sia lo strumento che serve alla sua visione strategica e lo finanziasse di conseguenza. Da noi il concetto è ribaltato: ovvero «questo è quanto abbiamo, vediamo cosa si può fare». Se scegliessimo la neutralità (sul modello della Svizzera, che comunque spende circa l’1% del Pil) l’assunto potrebbe persino essere accettabile.
Ma l’Italia è un membro della Nato, sul cui fronte Sud, quello del Mediterraneo, gioca ruoli da protagonista, pur stando attenta a non entrare veramente in contrasto con qualcuno (il riferimento alla Turchia in Libia è voluto). Per mascherare le deficienze, intanto, la politica vagheggia ancora di esercito europeo, pur sapendo che senza creare prima un’Europa federale tale strumento resterà solo un’utopia.




