Senza una strategia chiara spendere di più non garantisce una crescita

Dal 28 febbraio, salvo una brevissima parentesi, lo stretto di Hormuz è chiuso, in seguito all’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Non è un dettaglio geopolitico: Hormuz è infatti una delle principali arterie del commercio globale. La sua chiusura ha dunque tagliato i flussi di energia e materie prime, riducendo l’offerta disponibile. In termini economici, siamo di fronte a uno shock inflazionistico da offerta.
La prima domanda, quindi, non è «quanto intervenire», ma «quanto durerà». Se la crisi rientrasse rapidamente, un eccesso di attivismo rischierebbe di fare più danni che benefici. In presenza di uno shock temporaneo, la risposta corretta è lasciare che il sistema si riassesti, accompagnando il processo con maggiore flessibilità normativa e interventi mirati.
C’è un motivo per cui questo scenario non è improbabile. Gli Stati Uniti hanno un forte incentivo politico a chiudere in fretta. A novembre si vota per le elezioni di metà mandato e l’inflazione, soprattutto quella legata all’energia, è il principale problema per chi governa. Se il prezzo della benzina continua a salire, il malcontento colpisce direttamente gli elettori repubblicani. Il rischio è concreto: perdere la maggioranza in Congresso. E senza quella maggioranza, anche il presidente Trump vede ridursi drasticamente la propria capacità di agire. Per questo una rapida conclusione del conflitto rappresenta una necessità politica.
Se così fosse, il danno sarebbe temporaneo: l’impatto su crescita e inflazione si riassorbirebbe nel corso del 2026. In questo caso, non servirebbero cambi di rotta, ma solo interventi mirati. Ma lo scenario opposto non può essere escluso. Se la crisi si prolungasse, saremmo di fronte al terzo grande shock globale in meno di vent’anni, dopo la Grande Recessione e la pandemia. A quel punto intervenire diventerebbe inevitabile.
Ed è qui che riemerge il riflesso automatico italiano: sospendere il Patto di Stabilità e Crescita. Richiesta legittima, ma incompleta. La domanda vera è un’altra: per fare cosa? L’Italia continua ad avere conti pubblici fragili: il deficit resta sopra il 3% del Pil e il debito pubblico è molto elevato, pari a circa il 137% della ricchezza prodotta in un anno. In questa situazione, chiedere più spazio per aumentare la spesa rischia di peggiorare il problema, se quelle risorse non vengono utilizzate per rafforzare l’economia.
Senza una direzione chiara, più spesa pubblica non significa più crescita. E infatti il dibattito resta concentrato sui sussidi, mentre i problemi di fondo restano: energia più cara della media europea, produttività che cresce poco, imprese meno competitive.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza lo dimostra bene. L’Italia ha a disposizione risorse ingenti per modernizzare il Paese, ma accumula ritardi nell’attuazione dei progetti. In molti casi le opere avanzano lentamente. Questo significa che il problema non è solo trovare i fondi, ma riuscire a trasformarli in investimenti concreti, nei tempi previsti.
Nel frattempo, il governo appare assente sul piano strategico. Si limita a cercare fonti alternative di approvvigionamento energetico, senza costruire le basi per una vera politica energetica. Ma la sicurezza energetica non si improvvisa: richiede scelte di lungo periodo, investimenti coordinati e, soprattutto, una visione europea.
E mentre la politica resta ferma, altri si muovono. Il confronto recente promosso da Confindustria a Bruxelles lo dimostra: le parti sociali stanno cercando di definire una direzione, insistendo sul legame tra coesione, competitività e sviluppo industriale. Un segnale importante, ma anche un’anomalia: in assenza di guida pubblica, sono gli attori economici a tentare di colmare il vuoto.
Se servirà un intervento, dovrà essere europeo. Le risposte che hanno funzionato - dalla difesa dell’euro ai programmi comuni di investimento - sono nate a quel livello. Pensare di affrontare uno shock globale con strumenti solo nazionali, e con questi conti pubblici, è illusorio. Il punto, però, viene prima. L’Italia non soffre solo gli shock esterni: soffre l’assenza di una strategia. E senza una strategia, anche la prossima crisi rischia di trasformarsi nell’ennesima debacle.
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