Casa, scuola, sanità, stipendi, pensioni. Non c’è uno solo dei pilastri storici del «welfare state» che non sia finito, nell’Europa contemporanea, nell’occhio del ciclone. Dai cortei francesi alle tensioni politiche berlinesi, fino alle proteste di piazza in Spagna, e da ultimo anche da noi, una bufera attraversa il continente, vedendo come protagonisti proprio i giovani. Non vi è una marcata distinzione tra le nazioni con un Pil dinamico e quelle in affanno, tra paesi governati da sinistra, centro o destra: l’inquietudine è trasversale. Il modello sociale europeo, l’architrave che ha garantito la coesione democratica dalle macerie del secondo dopoguerra in poi, non mostra più semplici fragilità, ma vere e proprie crepe strutturali.
Questo patto sociale è stato il marchingegno prodigioso che ha consentito all’Europa di vivere quasi ottant’anni di crescita economica, stabilità e pace. Il suo progressivo sgretolamento non può dunque non destare profonda preoccupazione. Un sistema liberaldemocratico non vive di sola retorica o dell’interiorizzazione astratta dei propri valori d’origine: necessita di sostanza materiale. Una democrazia si legittima nella misura in cui offre ai propri cittadini risposte concrete, dimostrando sul campo i vantaggi della libertà e della protezione sociale rispetto ad altri modelli autoritari o autocratici.
Al di là del rumore di fondo della propaganda e delle scadenze elettorali, occorre prendere coscienza che ci troviamo dinanzi a una svolta epocale - una vera Zeitenwende, per citare la definizione usata dall’ex cancelliere tedesco, il socialista Olaf Scholz. Il modello di società espansivo del Novecento fondato sul welfare è entrato in una crisi strutturale, e alimentare l’illusione che basti un semplice ritocco contabile per ripristinarlo significa rifiutare la realtà.
Negli Anni '50 e '60, le economie europee crescevano a ritmi del 5-6% all’anno, creando un dividendo economico imponente da redistribuire in servizi gratuiti o universalistici. Da oltre tre decenni, invece, la crescita potenziale si è assestata attorno all’1-2%, quando non sfiora lo zero. Senza dinamismo economico ed espansione demografica, mancano le risorse primarie per sostenere la mole imponente di spese che un sistema pubblico moderno richiede.
Dinanzi a questo nodo storico, la risposta della politica si rivela spesso inadeguata e miope. Si assiste a una gara demagogica al rialzo delle spese sociali: promesse di baby-pensioni, incentivi a pioggia, tagli fiscali disarticolati vengono sbandierati dalle diverse forze partitiche senza un disegno organico, responsabile e soprattutto sostenibile. Si promette di più attingendo a casse sempre più vuote, o scaricando sui bilanci futuri un debito non più sostenibile.
Inevitabilmente, l’erosione del modello sociale finisce per travolgere in primo luogo proprio quelle famiglie politiche - socialdemocratici e cristiano-democratici - che quel welfare hanno pensato, edificato e difeso. In assenza di una visione sistemica capace di rigenerare il rapporto tra produttività, innovazione e protezione dei più deboli, il rischio è che la crisi del welfare trascini con sé l’idea stessa di un’Europa coesa, lasciando spazio solo al risentimento e alla frammentazione sociale. È tempo di superare gli slogan e di avviare una riforma profonda del contratto sociale, prima che le crepe diventino irreversibili.




