Il decreto-legge 30/09/2026 n. 170 (in fase di conversione da parte delle Camere) riguarda alcune misure inerenti alla scuola. Com’è noto, i decreti-legge vengono adottati dal Governo «in casi straordinari di necessità e di urgenza» (art. 77 Costituzione) e devono essere convertiti dalle Camere, pena decadenza, entro 60 giorni. Nella scuola vi sono molti aspetti critici che presentano i caratteri di «necessità e urgenza».
Tra i tanti, se ne indicano due. Il Rapporto Annuale Istat 2023 attesta che più del 60% degli edifici scolastici non possiede le certificazioni necessarie per garantire la sicurezza. Soltanto il 35,5% di essi rispetta le normative antincendio e solo il 35,8% non presenta barriere architettoniche. Il report dell’Ocse Education at a glance 2025, nel confrontare gli stipendi dei docenti dei Paesi europei, dimostra che gli insegnanti italiani hanno una retribuzione inferiore di 8.977 dollari (-18%) rispetto alla retribuzione media dei loro colleghi europei.
E rispetto ai principali Paesi la retribuzione dei docenti italiani è inferiore del 70% (Germania), del 27% (Spagna) e del 23% (Francia). Il DL 170/2026 individua invece come «urgenti» problemi che appaiono ispirati da motivazioni ideologiche più che da dati di realtà. Per esempio, l’art. 12 stabilisce che «è fatto divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto».
In altre parole, è vietato portare il burqa. Non vi era alcuna «urgenza» di statuire ciò, poiché la legge 152/1975 all’art. 5 vieta «l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo». C’è da chiedersi come mai il Governo non conoscesse questa norma. C’è anche da chiedersi quali siano i dati oggettivi che giustificano una decretazione d’urgenza.
Quanti studenti e studentesse partecipano alle lezioni con il volto coperto? Si potrebbe dire, citando Crozza, che fare un decreto sul burqa «è come fare un decreto per vietare di entrare alle Poste vestiti da Zorro». C’è insomma il sospetto che tutto ciò rientri in una strategia di distorsione della realtà per allontanare l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi più seri e impegnativi sul piano politico, elaborativo ed economico. Stesse considerazioni possono essere fatte per quanto riguarda il tetto del 30% di alunni stranieri.

Invero, il decreto circoscrive tale tetto nella scuola primaria ai bambini con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia e nella scuola secondaria di primo e secondo grado agli studenti con cittadinanza non italiana che sono stati bocciati per almeno tre anni scolastici. Anche in questo caso non si conosce l’entità del fenomeno, mentre sono note le difficoltà organizzative emerse già nel 2010 quando l’allora ministra Gelmini aveva emanato la circolare n. 2 con la quale veniva introdotto il limite del 30%.
Quella circolare rimase di fatto lettera morta perché non fu accompagnata da misure organizzative concrete concordate con gli enti locali. Appare ideologica anche l’indicazione data alle scuole di segnalare tempestivamente ai servizi sociali competenti i casi in cui «persistenti barriere linguistiche» dei genitori stranieri ostacolano l’integrazione scolastica e lo sviluppo del percorso educativo e formativo dei figli.
Qui sembra di capire che i genitori stranieri non possono aiutare i figli nell’iter scolastico se non conoscono l’italiano, e vengono obbligati a seguire un corso gratuito di italiano di livello almeno A2. Dal mancato svolgimento deriva multa da 200 a 1.000 euro. L’impostazione punitiva di questa misura fa pensare che il Governo abbia in mente un approccio ascrivibile a ciò che la letteratura specialistica del settore definisce bilinguismo sottrattivo, ossia una sorta di sostituzione della lingua minoritaria (cioè la lingua madre) con quella dominante (in questo caso l’italiano).
È un approccio opposto a quello denominato bilinguismo additivo in cui la conoscenza della lingua madre rappresenta un arricchimento culturale, sociale e personale. Se non fosse stata scelta la decretazione d’urgenza per legiferare, forse questi aspetti potevano essere ulteriormente approfonditi. O, forse, più banalmente, i ministri interessati avrebbero potuto studiare più a fondo la materia.




