Il 21 ottobre scorso l’Istat ha pubblicato il «Rapporto Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2024». Il dato più eclatante che emerge dalla rilevazione è che la denatalità nel 2024 ha toccato il minimo storico in Italia con una diminuzione di circa 370mila nascite, 2,6% in meno rispetto al 2023. In sostanza si registra un numero medio di figli delle donne con cittadinanza italiana di 1,11. Questo dato non assicura la stabilità della popolazione, fissato in demografia in circa 2,1 figli per donna (il cosiddetto tasso di fecondità di sostituzione o soglia di rimpiazzo). Le nascite da coppie di genitori in cui almeno uno dei genitori è straniero sono invece sostanzialmente stabili rispetto al 2023.
L’aspetto più preoccupante è che non esiste, da parte della classe politica, alcun progetto per contrastare questo fenomeno (ammesso che lo si voglia contrastare). In ogni caso ciò appare fortemente contraddittorio rispetto a certa propaganda che tende a enfatizzare i pericoli di «invasione» dell’Italia da parte degli immigrati, ma nel contempo non propone una politica di incremento della natalità o comunque di contrasto della denatalità.
Peraltro le politiche demografiche presentano una oggettiva complessità di gestione in quanto richiedono interventi diversificati a più livelli i cui effetti si possono apprezzare dopo 18-20 anni, come bene hanno messo in luce i ricercatori Letizia Mencarini e Daniele Vignoli, Università Bocconi, nel loro libro «Genitori cercasi. L’Italia nella trappola demografica».
Gli effetti della denatalità si ripercuotono su vari settori e in modo particolare in quello della scuola. Finora la risposta utilizzata dai governanti è stata alquanto scontata: al calo degli alunni corrisponde il taglio dei posti di insegnanti. E, infatti, nell’a.s. 2024-25 vi è stato un taglio di 1.500 posti di docenti e di oltre 2.000 collaboratori scolastici; nell’a.s. 2025-26 l’organico è stato ridotto di 5.600 unità e nel prossimo a.s. 2026-’27 sono previsti 1.407 docenti di potenziamento in meno, che vuol dire meno corsi pomeridiani, meno progetti di recupero e approfondimento, di sviluppo di competenze linguistiche, scientifiche o digitali.

Eppure proprio il fenomeno della diminuzione degli studenti poteva essere l’occasione per un innalzamento complessivo della qualità del servizio scolastico, lasciando inalterato l’organico del personale. Infatti poteva essere incrementato il tempo pieno nelle realtà più deprivate, anche come forma di contrasto alle varie forme di disagio e povertà educative; potevano essere rivisti i criteri di formazione delle classi con l’abolizione delle classi pollaio e un numero più ridotto di alunni per classe, anche per venire incontro alle esigenze di individualizzazione degli interventi educativi, così pervicacemente ricordate nei documenti ufficiali; potevano essere introdotte quote di insegnamento in compresenza dei docenti per realizzare attività di gruppo, di recupero, di approfondimento.
Insomma, potevano essere approntate misure per innalzare il livello degli apprendimenti degli studenti, anche al fine di colmare i divari territoriali all’interno del territorio nazionale oltre che con gli altri Paesi avanzati, secondo quanto emerge dalle indagini Ocse-Pisa.
L’impressione che si ricava da questi dati – nella migliore delle ipotesi – è che la classe politica attuale sottovaluti il problema della denatalità e le sue conseguenze. Ma possono esserci letture meno giustificatorie e più radicali, ossia che, culturalmente, la classe politica non sia in grado di immaginare un futuro per i giovani, adottando politiche da vecchi.
E questo non solo per oggettivi dati anagrafici: l’età media dell’attuale Consiglio dei Ministri è di 60 anni; i parlamentari italiani hanno un’età media di 51,2 anni. Ma i giovani sotto i 35 anni presenti nel Parlamento italiano costituiscono solo il 6% dei parlamentari, a fronte di una popolazione 18-34 anni che rappresenta il 20,6 % dell’intera popolazione italiana. Dunque, le politiche più orientate al futuro (contrasto della denatalità, istruzione e formazione delle giovani generazioni) sono elaborate da vecchi con posture mentali da vecchi. E questo è ancor più grave.




