Occorre ammetterlo schiettamente: ci sono lettere che richiedono risposte che un direttore di giornale non può dare. Certo, con un po’ di mestiere ce la si cava sempre, tuttavia non è ciò a cui i lettori del Giornale di Brescia sono abituati. Perciò diamo palco a questa lunga missiva di Davide D’Antonio – regista, attore, formatore, direttore artistico di Idra Teatro e del Wonderland Festival – affinché le molte domande e le riflessioni che pone siano condivise. Confidando che desideri replicare non soltanto chi è chiamato in causa direttamente, bensì coloro che hanno a cuore la vita culturale della nostra città. (Giorgio Bardaglio, direttore GdB)
Scrivo da cittadino bresciano, e lo faccio con una certa esitazione, perché non vorrei che le mie considerazioni fossero interpretate come la candidatura di qualcuno contro qualcun altro. Al contrario: proprio perché non ho presentato la mia candidatura, sento di poter porre alcune domande con maggiore libertà. Non ho partecipato alla procedura per la scelta del nuovo direttore del Centro teatrale bresciano pur avendone, per quanto riguarda i requisiti formali, la possibilità. Ho scelto di non farlo perché non mi sono sentito all’altezza di un incarico che considero di grande responsabilità. Ed è proprio per questo che mi ha colpito la procedura scelta dal Ctb.
Il Centro teatrale bresciano non è semplicemente un teatro. È una delle istituzioni culturali più importanti della nostra città, ha una storia che merita rispetto e svolge una funzione pubblica. Gestisce risorse pubbliche, concorre a determinare una parte importante delle politiche culturali cittadine e porta il nome stesso della città. L’avviso pubblicato dal Ctb definisce la procedura come una «manifestazione di interesse» non vincolante, di natura esplorativa, comparativa e non concorsuale. Non è prevista una graduatoria e la scelta finale resta fiduciaria e di competenza del Consiglio di amministrazione. La commissione di valutazione sarà composta da cinque persone, tre delle quali appartenenti allo stesso CdA, e due individuate esternamente per competenze specifiche. Non sostengo che questa procedura sia illegittima. Ma mi chiedo se sia sufficientemente trasparente e soprattutto sufficientemente ambiziosa per scegliere chi dovrà guidare una delle principali istituzioni culturali della città.

La domanda, a mio avviso, non è soltanto «chi sa fare il direttore di teatro?». I requisiti richiesti sono infatti molto ampi: esperienza direttiva, competenze artistiche e gestionali, capacità finanziarie, fundraising, relazioni istituzionali, conoscenza del sistema teatrale italiano e internazionale. Sono competenze importanti, certamente necessarie. Ma possono appartenere a molte persone di valore.
La questione decisiva dovrebbe essere un’altra: che cosa vuole diventare il Ctb nei prossimi cinque anni e quale persona possiede la visione per portarcelo? È qui che, a mio avviso, si apre una questione che riguarda tutta la città. Brescia sta dichiarando di voler assumere una dimensione sempre più europea e internazionale. Il nuovo Piano Strategico della Cultura Brescia 2030 definisce la cultura come un’infrastruttura pubblica permanente e come uno strumento di coesione sociale, partecipazione e innovazione. Tra gli obiettivi indicati dal Comune vi sono anche il rafforzamento delle reti europee, l’ampliamento della base dei fruitori culturali e il coinvolgimento delle fasce oggi meno presenti.
È una visione importante. E allora mi domando: il prossimo direttore del CTB dovrà semplicemente amministrare bene quello che già esiste oppure dovrà essere chiamato a contribuire alla trasformazione culturale che Brescia sta dichiarando di voler intraprendere? Perché il tema dell’internazionalizzazione, per esempio, non può ridursi alla capacità di avere qualche relazione con operatori stranieri. Dovrebbe significare costruire coproduzioni internazionali, entrare stabilmente nelle reti europee, portare artisti e linguaggi nuovi a Brescia e portare le produzioni bresciane fuori dall’Italia.
Allo stesso modo, l’inclusione e l’accessibilità non possono essere soltanto attività aggiuntive o progetti occasionali. Dovrebbero diventare criteri trasversali della programmazione: nella scelta degli spettacoli, nella formazione del pubblico, nei prezzi, negli spazi, nella comunicazione, nella relazione con le persone con disabilità, con le giovani generazioni e con una città sempre più multiculturale.
Il Ctb deve naturalmente confrontarsi con i vincoli e con le opportunità del finanziamento ministeriale. Ma proprio per questo la capacità di immaginare nuove strade dovrebbe essere una delle qualità principali del prossimo direttore: non soltanto saper partecipare ai bandi esistenti, ma saper costruire progetti che rendano Brescia più interessante per partner italiani ed europei, per fondazioni, imprese, università e istituzioni culturali internazionali. Anche il fundraising, quindi, non dovrebbe essere considerato un fine. Non basta chiedersi quanto denaro un direttore sappia raccogliere. Bisognerebbe chiedersi per quale progetto culturale sappia raccoglierlo.
C’è poi un altro aspetto sul quale credo sia legittimo interrogarsi. In queste settimane circolano già nomi e indiscrezioni su possibili candidati che godrebbero del sostegno di ambienti politici o istituzionali. Non so se queste voci siano fondate e non mi interessa alimentarle. Ma proprio per evitare che una scelta così importante possa essere percepita come il risultato di equilibri esterni, credo sarebbe utile che il Ctb rendesse il più possibile leggibili i criteri attraverso i quali arriverà alla decisione.
E qui mi permetto una domanda che non vuole essere polemica nei confronti delle persone che saranno chiamate a scegliere: quanto è ampia e specifica la competenza della commissione rispetto alla complessità del profilo che deve essere valutato?
Tre dei cinque componenti saranno espressione del CdA. È una scelta prevista dall’avviso e non voglio metterne in discussione a priori la legittimità. Ma forse, proprio per la natura della scelta, sarebbe importante garantire una valutazione realmente plurale: artistica, culturale, manageriale, internazionale, economica e soprattutto capace di leggere il rapporto tra un’istituzione teatrale e la città che la finanzia e la sostiene. Mi piacerebbe inoltre sapere se, oltre al curriculum, verrà davvero valutato il progetto per Brescia. Perché una persona può avere un curriculum straordinario e non essere necessariamente la persona giusta per questa città.
Il prossimo direttore dovrà certamente saper produrre spettacoli di qualità, gestire una struttura complessa e trovare risorse. Ma dovrebbe anche conoscere profondamente Brescia, saperne leggere le trasformazioni sociali, conoscere il suo sistema culturale e avere la capacità di metterlo in relazione con il resto d’Italia e con l’Europa. Dovrebbe chiedersi come portare il teatro nei quartieri, come avvicinare chi oggi non entra in sala, come coinvolgere realmente i giovani, come lavorare con università e scuole, come costruire alleanze con le altre istituzioni culturali cittadine e come fare del Ctb non soltanto un luogo dove vengono prodotti o ospitati spettacoli, ma un motore culturale della città.
La domanda che mi pongo, allora, è molto semplice. Vogliamo un direttore che utilizzi Brescia come una delle tappe della propria carriera, oppure un direttore che consideri Brescia il progetto della propria carriera? È una differenza enorme.
Il primo potrebbe essere interessato soprattutto a portare qui il proprio sistema di relazioni, i propri artisti, le proprie produzioni, lasciando alla città ciò che resta. Il secondo dovrebbe invece avere l’ambizione opposta: utilizzare il patrimonio, le competenze e le risorse del CTB per far crescere Brescia, costruendo opportunità per gli artisti del territorio, per il pubblico, per i giovani e per l’intero ecosistema culturale cittadino.
Non chiedo che venga scelto un nome preciso. Non ne avrei titolo. Chiedo però che la città possa sapere quale idea di futuro viene scelta insieme al direttore. Il Piano Brescia 2030 parla di una città che vuole diventare più europea, partecipata, inclusiva e capace di utilizzare la cultura come infrastruttura civile. Il Ctb non può rimanere estraneo a questa trasformazione.
Per questo credo che la scelta del nuovo direttore meriti un’attenzione pubblica molto maggiore di quella che normalmente accompagna una procedura interna. Non perché si debba mettere in discussione l’autonomia del Ctb, ma per il motivo opposto: un’istituzione culturale è veramente autonoma quando è capace di rendere conto alla propria comunità delle ragioni delle proprie scelte. Io, da cittadino, avrei bisogno di sapere non soltanto chi sarà il prossimo direttore. Vorrei sapere perché proprio quella persona, quale idea di Ctb porta con sé e quale idea di Brescia intende contribuire a costruire. È questa, credo, la trasparenza che oggi dovremmo chiedere.



