Una sostanziosa Stagione di teatro, ricca di nomi di spicco e di una pluralità di temi e di generi espressivi si avvia all’apertura d’autunno con la campagna degli abbonamenti in ampio ventaglio di possibili scelte. Riunisce sotto il titolo «Dove nascono le storie» 35 spettacoli, con la partecipazione dei più grandi artisti della scena nazionale, il nuovo cartellone del Centro teatrale bresciano per le tre sale del Teatro Sociale, del «Renato Borsoni» e del «Mina Mezzadri».
Sono ben 19 su 35 le proposte di produzione del Ctb e tra queste lo spettacolo d’esordio, «Arrivato a questo punto», vede come unico interprete, autore e regista, Gioele Dix, atteso al Teatro Sociale dal 20 al 25 ottobre, con disegno di luci di Cesare Agoni, aiuto regia di Beatrice Cazzaro e coproduzione di Giovit.
Ne abbiamo parlato con il protagonista delle serate inaugurali di questa cinquantatreesima Stagione dello Stabile bresciano.
Gioele Dix, può avere il senso, questa scelta minimalista, di un ritorno all’essenza dell’azione teatrale?
Assolutamente. Siamo in questi tempi immersi nelle immagini: non sono un passatista ma ci tenevo a lavorare sul tema della memoria in una scena super essenziale, per tornare alla radice. Alla parola senza mediazioni in una scena scarna, non descrittiva, ma con l’ausilio di una colonna sonora che ha molte note dentro, opera di Hubert Westkemper, autore di paesaggi sonori di speciale bravura e che torna con me dopo un’importante carriera.
Come viene proposto il richiamo alla memoria?
In un percorso a zig zag. Il tutto nasce dall’idea che la memoria a una certa età si fa un po’ selettiva e su questo spunto iniziale, personale e collettivo, entro ed esco continuamente, con il pretesto di raccontare una storiella. Nel sottofondo s’infilano cose belle e meno belle, non immagini ma parole e suoni, in cui molti potranno ritrovare ricordi: le campane lontane della mia adolescenza in Toscana, le poesie del Pascoli che si studiavano a memoria, la voce di mio padre che in una breve registrazione parla della guerra, la sigla di Carosello che io sentivo dall’appartamento vicino, perché mio padre non voleva la televisione. Alla fine, per me non c’era l’obbligo di andare a letto subito...
Perché ha sentito in questo momento il bisogno di fare il punto?
In quest’ultimo periodo sono impegnato a tenere una rubrica per il quotidiano Avvenire. Con il titolo «E dunque» esprimo le mie riflessioni, in una specie di diario. Con una figlia grande e due figli ancora piccoli sono in realtà molto proiettato verso il presente e il futuro, cerco di non dare troppo peso all’età, ma mi sembrava interessante parlare di tante cose successe nel mondo e nella mia vita. Ho visto molti cambiamenti piccoli e grandi, divertenti e seri. Io che sono un raccontatore di storie ho colto l’occasione di provare a mettere insieme suggestioni accumulate negli anni.
Le è stato d’aiuto qualche autore in particolare?
Sono un fan della poesia. Una voce introdurrà una composizione di Sandro Penna, autore di poesie microscopiche: «Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita». Il dolce rumore della vita è la memoria, tutto quello che accumuliamo nella nostra esperienza sensoriale. Gli odori, come il profumo dei gelsomini lungo la strada di Roma dove sono andato per la prima volta da solo, sono evanescenti. I suoni e la musica restano: questo è uno spettacolo che faccio fatica a contenere. Arrivati a questo punto, serve l’ironia. È la mia caratteristica, serve a dare il giusto peso alle cose. Fa parte del mio bagaglio grazie a un nonno: non si capiva se scherzava o era serio.
C’è qualche altro progetto in cantiere?
Un bel progetto su cui sto già lavorando ma che arriverà in scena fra un anno: la riduzione ad opera lirica, per un pool di teatri, del romanzo «Il segreto del bosco vecchio» di Dino Buzzati.



