La confusione regna sovrana e si inseguono gli appelli a dismettere le precedenti parole d’ordine, anche quelle più identitarie, per sostituirle con innovativi approcci che ci paiono momentanei. Resta l’incertezza di chi e a che cosa credere per sentirsi soddisfatti. Non stupisce che si cerchino bandiere che attraversano lo spazio e il tempo. Per rassicurarci che continuiamo ad esistere, senza essere rottamati ad ogni stordir di fronda.
Il calcio nazionale vive una lunga stagione di incrinata credibilità, eppure si guarda alla scomparsa di suoi personaggi simbolo come ad una opportunità di ritrovare identità che ci appartengono. È accaduto per il milanista Franco Baresi, si è rinnovato ora per l’interista Sandro Mazzola, scomparso a ottantatré anni. Quasi si affidasse a loro la fedeltà alle nostre storie personali, al di là degli stessi tradimenti individuali.
Mazzola lo incrociai quando la grande Inter degli anni Sessanta svolgeva la preparazione precampionato a San Pellegrino Terme, agli ordini di Helenio Herrera, detto il mago. Mio padre vi andava per le cure termali, io fluttuavo tra l’albergo dei calciatori e il campo di allenamento. Non era una toccata e fuga, ma il modo di vivere intere giornate. La fede interista trovava alimento e rafforzamento quotidiano.
Mazzola, come altri componenti della squadra, praticava la messa festiva nella chiesa parrocchiale. Dal 1967 era lì parroco mons. Bruno Foresti, successivamente diventato vescovo di Brescia. Storie che si incrociano. Mazzola ha disputato nell’Inter 570 partite, tra il 1961 e il 1977, segnando 162 reti e vincendo 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Inserito per 9 volte tra i candidati alla vittoria del Pallone d’oro, ricoprì nel 1971 la seconda posizione, subito dietro a Johan Cruijff.
A livello individuale si laureò miglior marcatore della Coppa dei Campioni 1963-1964 e della Serie A 1964-1965. Ha vestito la maglia azzurra dal 1963 al 1974, disputando il vittorioso europeo del 1968 e partecipando a tre edizioni del campionato del mondo. Terminata la carriera agonistica ha ricoperto diversi ruoli dirigenziali nel club nerazzurro. A San Pellegrino capitava di vederlo compiere incursioni in salumeria, per baipassare le diete del mago. Si dirà: si tratta di una storia vincente, più facile da accettare. Resta il fatto che ha seminato appartenenza anche per gli anni successivi, accollandosi stagioni negative, senza implicare abbandoni.
Ecco, ciò che difetta oggi sul piano della identità socio-politica: avere radici profonde che non vengono dismesse ad ogni controindicazione avversa. Non sappiamo quando e come si voterà, abbiamo i sintomi di una campagna elettorale senza esclusione di colpi, indirizzata proprio a delegittimare quanto detto e fatto dai concorrenti. Giocata sulle estreme, quindi a chi le spara più grosse, a palle incatenate. Le bandiere salde sono preziose: racchiudono una bussola capace di orientare, anche oggi, i nostri passi dentro l’onda montante della provvisorietà del tutto o niente.



