«Le bandiere non esistono più» è diventato il cavallo di battaglia dei nostalgici che, discettando di calcio moderno, sostengono con sdegno che i valori di un tempo si siano dissolti, frantumati sul granito di una modernità che conosce solo il linguaggio del denaro. Colpa dei giovani, di una società che si è corrotta nei decenni. Era meglio prima. Sarà.
Forse hanno ragione loro. O forse la loro equazione è giusta a metà: i calciatori che si legano a vita a una squadra sono merce sempre più rara, ma non può essere soltanto colpa loro. Guardatevi il video del giovane Pablo García, classe 2006, che piange sconsolato con la madre perché il Betis, il club che l’ha allevato, ha deciso di venderlo. Sognava una vita a Siviglia, non è stato possibile.
Questo perché l’appartenenza non è un parametro attraverso il quale le società valutano la convenienza di puntare su questo o quel giocatore. E chi prende le decisioni non fa di certo parte della nuova generazione. Il mondo in cui viviamo non è più lo stesso, figurarsi il calcio. Forse però è ora di uscire dal vecchio cliché: siamo cambiati tutti, non solo una porzione minoritaria. L’unica colpa di chi ha qualche anno in meno è di essersi dovuto adattare, per sopravvivere senza farsi schiacciare.



