Il secondo turno delle elezioni comunali è, ancor più del primo, un test molto locale e ristretto a pochi capoluoghi, con un pareggio fra i poli (Arezzo, Lecco e Macerata al centrodestra e Agrigento, Chieti e Trani al centrosinistra) che cambia poco o nulla: Lecco va a destra, Agrigento a sinistra.
Nel complesso, i sindaci di centrosinistra fra le due tornate sono dieci contro gli otto precedenti, quelli di centrodestra sei contro cinque, mentre diminuiscono da cinque a due i civici (alcuni dei quali, però, avevano storie più o meno pregresse nei poli). Il bilancio di tutti i Comuni sopra i quindicimila abitanti vede un calo del centrosinistra (da 59 Comuni a 50) e del centrodestra (da 42 a 40) perché le civiche hanno prevalso in 28 centri contro i 17 della volta scorsa.
Civiche che alle politiche non ci sono. Non solo: se guardiamo i dati di lista del primo turno nei capoluoghi, vediamo che il centrodestra 2026 ha avuto il 42,3% (-0,2% rispetto alle comunali precedenti) e il campo largo il 38,2 (-1,3%) al quale va aggiunta una quota del 6,9% (-0,6%) ottenuta dal Terzo polo (diviso fra Azione e centristi di centrosinistra).
Insomma, matematicamente non è finita pari perché per sindaci prevale il polo Schlein-Conte e per voti è avanti di pochissimo il polo Meloni, ma la sostanza, al di là del fatto che questo è stato un test locale, è che elettoralmente l’Italia è un paese bloccato. Tutto fermo, in attesa delle elezioni 2027 (amministrative «pesanti», con moltissime metropoli al voto e rinnovo di Camera e Senato).
Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) June 8, 2026
I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori.
Avanti così, con serietà e concretezza.
Anche l’affluenza, che al primo turno aveva dato segnali non scoraggianti (intorno al 60% di votanti) al secondo è crollata di 8 punti (addirittura -18% ad Agrigento, dove però forse la sfida era scontata e -15% a Trani). Con l’attuale legge elettorale, ma anche con la proporzionale del 1948-’92, nessuno avrebbe la maggioranza in Parlamento: così, Meloni, Schlein e Conte potrebbero dire addio al sogno di Palazzo Chigi, lasciando spazio verosimilmente a un premier tecnico o terzo e a una coalizione imperniata su FdI e Pd che farebbe scappare verso le estreme i votanti dei due partiti più grandi.
Per ovviare servirebbe una riforma seria, introducendo il sistema francese (uninominale a eventuale doppio turno, simile ma non uguale alle comunali) o quello spagnolo, ma non avremo un sistema classico, perché l’Italia è il paese delle leggi elettorali «à la carte», buone per vincere oggi e per essere cambiate domani se non servono più.
Maggioranza e opposizioni potrebbero scrivere insieme le regole del gioco, ma la regola (con pochissime eccezioni) degli ultimi ventuno anni è che le modifiche costituzionali ed elettorali le fa la coalizione governante al momento e le impone agli altri. Così, avremo una riforma che finirà per dare quel quid in più a qualcuno, sempre che l'urna delle politiche non riservi sorprese. Una nuova legge voluta dal centrodestra e che il campo largo contrasterà in ogni modo, salvo poi «subirla» (sapendo che con la riforma sia la Schlein sia Conte possono diventare candidati a Palazzo Chigi, mentre senza restano fuori entrambi, quasi sicuramente, a vantaggio del tecnico di cui sopra).
In sintesi: questo è un Paese elettoralmente spaccato a metà come una mela (dove il 4% di Vannacci rischia di diventare l’ago della bilancia, per assurdo) e dove non ci sono regole (presenti in alcuni Paesi) secondo le quali le riforme si applicano non alle elezioni successive, ma la volta dopo (così è certo che, in partenza, non avvantaggiano nessuno).

I poli hanno il terrore del pareggio perché sanno che i partiti maggiori e i loro leader pagherebbero caro il «governissimo»: quindi si preoccupano per il proprio destino, non per quello del Paese, ma pazienza. E c’è pure la possibilità che – come ai tempi della legge maggioritaria del 1953 – arrivi la beffa del mancato scatto del premio.
Se infatti Camera e Senato avessero coalizioni vincenti diverse (le schede sono due, anche se l’elettorato è uguale, ma qualcuno può esprimere un voto difforme fra un ramo del Parlamento e l’altro) per uno 0,1% in più da una parte per un polo e uno 0,1% in più dall’altra per l’altro polo, non si assegnerebbero premi e diventerebbe tutto proporzionale. Nell’attuale situazione, può succedere anche questo.




