Rischio idrogeologico: i soldi ci sono, non la visione

Un territorio fragile che necessita maggiore attenzione
Una frana sul Garda a fine giugno - Foto © www.giornaledibrescia.it
Una frana sul Garda a fine giugno - Foto © www.giornaledibrescia.it
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È C3S – Copernicus Climate Change Service a segnalarci la continua caduta dei record climatici degli ultimi 12 mesi senza aver risparmiato alcuna area del pianeta con temperature che hanno superato quelle di qualsiasi periodo degli ultimi 100.000 anni (centomila).

Le recenti vicende climatiche, alluvionali , incendiarie e siccitose tra 2023 e 2024 non hanno risparmiato dunque nemmeno l’Italia: dalla doppia alluvione dell’Emilia Romagna (con danni per 9 miliardi e 17 vittime), a quella Ligure e Toscana, alla siccità siciliana fino agli eventi estremi delle nostre valli bresciane degli ultimi giorni con effetti macro e micro (con perdite umane e finanziarie incalcolabili se pensiamo anche alla manomissione degli eco-servizi).

Processi ormai ricorrenti dovuti all’intreccio vizioso tra climate change e rischio idrogeologico e che richiamano per l’ennesima volta due fenomeni strutturali e uno indotto. Da una parte la realtà del cambiamento climatico con aumento di temperature e accelerazione di eventi estremi e, dall’altra, la fragilità del nostro equilibrio idrogeologico la cui origine è inequivocabilmente di tipo antropico. Infine, il tema dei piani di adattamento che iniziano nel 2014 e si chiudono nel 2024 (per es, con il Piano Nazionale di Adattamento avviato il 2-01-2024 dal Ministro Pichetto Fratin) che devono agire da una parte rincorrendo sistematicamente le emergenze (misure tampone) e dall’altro sottraendo risorse alla necessaria azione di prevenzione sistematica che andrebbe realizzata con costante attenzione.

Emergenza e prevenzione che vanno però «coniugate» con interventi mirati se vogliamo la mitigazione e assorbimento di questi eventi avendo cura dell’equilibrio idrogeologico.

Ondate di calore, siccità e alluvioni saranno senza dubbio gli eventi estremi che dovremo affrontare nei prossimi anni e dei quali stiamo subendo la pressione da almeno due decenni legando inestricabilmente il circolo vizioso riscaldamento marino e terrestre, città infuocate (da scarsità di verde), alluvioni da piovosità concentrata e siccità dei terreni resi incapaci di assorbimento e fiumi deviati dalla occupazione delle aree golenali.

Ma l’indirizzo dei piani di adattamento (in attesa dell’Osservatorio Nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici - ONACC con il supporto tecnico di ISPRA quale “mente” di aggiornamento) vengono delegati a livello locale e regionale dove tuttavia mancano spesso risorse e competenze adatte se non in relazione all’emergenza e, inoltre, accendendo conflitti tra logiche regionali. Quando necessitiamo invece di azioni che sono spesso di tipo interregionale perché alluvioni, bombe di calore e climate change non hanno confini amministrativi e che andrebbero guidate almeno con “autorità di bacino” regolate poi da una unica regia condivisa e che dovrebbe essere appunto l’ONACC.

Una regia che indichi procedure e livelli di intervento di governo del territorio nei prossimi 30 anni e in coerenza con Fit for 55 europeo che prevede riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli pre 1990. Ciò che deriva da soluzioni suggerite dai piani di adattamento (PNA) con azioni soft ( che preparano il terreno senza particolari modifiche strutturali) e non soft (suddivise tra green e grey e tra le prime quelle soluzioni «fondate sulla natura» (per esempio, riducendo impermeabilità dei suoli urbani e ripiantumazione) mentre tra le seconde con uso di azioni infrastrutturali, tra cui per esempio la copertura della neve in altura per proteggerla dallo scioglimento).

Un chicco di grandine - Fotografia Diego Paroni
Un chicco di grandine - Fotografia Diego Paroni

In tutti questi casi utili a ridurre le temperature e ridurre l’uso energetico per raffrescare o per la gestione dell’innevamento a scopo turistico. Ma un punto nodale è la mancanza di criteri utili a definire le priorità perché molte di queste richiedono tempi lunghi di realizzazione, basti pensare al fatto che per modificare la gestione idrica di un bacino idrografico o mutare pratiche agricole su larga scala servono decenni. Dunque su quali danni spingere i fondi, per quali settori di rilievo più colpiti e in quali tempi? Perciò dove reperire fondi per il piano di adattamento e dunque di prevenzione ? Nella maggior parte di casi da fondi europei (il 30% dei fondi europei è dedicato ad azioni sul clima) e ad almeno il 37% nel perimetro del PNRR da 194 mil.di.

Dunque molte sono le risorse dedicate al PNACC ma che vengono allocate competitivamente per essere attribuiti e dunque poi passiamo ai PON (Programma Operativo Nazionale) e ai POR (Piani Operativi Regionali) e ad altri piani dedicati (LIFE e POC) in capo al Ministero dell’Ambiente anche per le città. Ma abbiamo piani dove mancano priorità e gerarchie di azione con difficoltà di identificazione di criteri di reperimento dei fondi. Per esempio si potevano inserire nel piano progetti già approvati e in fase di realizzazione via PNRR. Così come orientare il destino dei beni culturali italiani in relazione al cambiamento climatico e come eventualmente delocalizzare quei beni ritenuti eventualmente critici o come proteggerli e sapendo che qualcosa andrà perso e per questo selezionando i fondi necessari.

Le 300 azioni contenute nel Piano vanno dunque ben selezionate in relazione alle priorità e di cosa vogliamo essere e diventare tra 40 anni ma non possiamo farci guidare in questo dalle emergenze. Perché l’adattamento e la mitigazione climatica che ne deriva è espressione di un grande patto sociale tra istituzioni, società civile, politica, tecnici e competenze ma anche di una visione e di virtù di lungo periodo che vogliamo innescare per l’intero paese dato che il futuro non coincide (mai) con il presente.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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