Camminare verso un ghiacciaio che sta morendo: reportage dalla Marmolada

Partendo da passo Fedaia, le prime tracce di neve si incontrano a 2490 metri. Il racconto dell’ascesa, dalla partenza nella nebbia al raggiungimento della fronte
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La fusione dei ghiacciai nella trasmissione Messi a fuoco di Teletutto
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Risalendo da passo Fedaia verso il ghiacciaio della Marmolada, incontriamo le prime tracce di neve a circa 2490 metri di quota. Sono quasi le 11 e mezza di sabato 7 settembre, la temperatura segna circa 15 gradi e da un’ora e mezza stiamo risalendo a piedi la pista da sci che parte dagli impianti del rifugio Fedaia, a 2057 metri.

La partenza dal rifugio Passo Fedaia - © www.giornaledibrescia.it
La partenza dal rifugio Passo Fedaia - © www.giornaledibrescia.it

Dal valico alpino al confine tra le regioni Trentino-Alto Adige e Veneto, situato nella val di Fassa tra le province di Trento e Belluno, è partita la «scalata per il clima», la sesta edizione di Climbing for Climate, evento nato nel 2019 dall’intuizione dell’allora rettore dell’Università degli Studi di Brescia, Maurizio Tira, e da Carmine Trecroci, professore di Economia politica alla Statale, già presidente di Legambiente Brescia, per sensibilizzare sul tema dei cambiamenti climatici andando lì dove le tracce di quanto sta accadendo sono molto più evidenti: i ghiacciai.

Da quell’anno, quando UniBs e Cai di Brescia organizzarono la prima spedizione in Adamello con studenti e ricercatori, l’evento ha calamitato intorno a sé istituzioni e associazioni impegnate su questi temi.

Il gruppo di UniBs a Climbing for climate - © www.giornaledibrescia.it
Il gruppo di UniBs a Climbing for climate - © www.giornaledibrescia.it

Subito sposato dalla Rus, la Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile, ente che raggruppa 86 atenei italiani, Climbing for Climate, è stato affiancato dal Comitato glaciologico italiano, dalla Carovana dei ghiacciai di Legambiente e dal Club alpino italiano, oltre a tutte le realtà locali che di volta in volta, ghiacciaio dopo ghiacciaio, hanno sostenuto la manifestazione: dopo la prima edizione in Adamello, così è stato sul Gran Sasso, sul Monte Bianco e nel 2024 sulla Marmolada. (Nel 2020, a causa del Covid, si tenne un’edizione ridotta di Climbing for Climate sui luoghi della tempesta Vaia sul Corno Baitone, mentre lo scorso anno la spedizione è stata di nuovo sull’Adamello).

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Climbing for climate, Tira: «La sensibilità cresce»

Chi c'era

Al fianco dei ricercatori e degli studenti dell’Università di Brescia, all’appuntamento, fissato per le dieci di sabato mattina al rifugio Fedaia, ci sono l’Ateneo di Padova, insieme a tutte le università venete aderenti al Rus (Ca’ Foscari, Iuav e Università di Verona), l’Università di Trento, il Club Alpino italiano, le sezioni Cai di Brescia e Padova, Mountain Wilderness (onlus che da decenni si batte per la salvaguardia degli ambienti montani), la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, il Cipra Italia (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi), il Comitato Glaciologico italiano e il Comitato scientifico de L’Altra Montagna, quotidiano di cultura e tutela delle alte quote. Fitta la presenza anche di ricercatori e studiosi venuti dalla Sardegna e dal Centro Italia, tra cui il rettore dell’Università di Teramo, Dino Mastrocola.

L'ascesa alla montagna - © www.giornaledibrescia.it
L'ascesa alla montagna - © www.giornaledibrescia.it

In tutto, un centinaio di persone richiamate da un evento che da locale ha presto assunto una veste internazionale, i cui risultati sono oggi al centro di attenti studi sulla fusione dei ghiacciai e sugli effetti del global warning. Il programma della due giorni di questa sesta edizione è stato organizzato dal geografo Mauro Varotto del Museo di Geografia dell’Università di Padova, membro del Comitato Glaciologico italiano che, in testa alla spedizione, conduce il gruppo su per la montagna.

La scalata

Partenza avvolta dalla nebbia - © www.giornaledibrescia.it
Partenza avvolta dalla nebbia - © www.giornaledibrescia.it

La scalata verso la fronte del ghiacciaio della Marmolada, a Serauta, è non senza fatica. Circa 700 metri di dislivello da passo Fedaia, la camminata viene interrotta un paio di volte per lasciare la parola agli esperti che spiegano l’ambiente montano che ci circonda e il cambiamento che ha vissuto negli ultimi anni.

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Climbing for climate, Veronesi: «Sci non remunerativo per la collettività»

Definita la Regina delle Dolomiti, la Marmolada è uno dei ghiacciai più studiati delle Alpi, anche perché al centro di un accelerato processo di fusione che ha assunto i tratti della tragedia il 3 luglio del 2022, con la morte di 11 scalatori travolti da una valanga di 64mila tonnellate di ghiaccio e detriti di roccia.

Montagna di frontiera, è stata aspramente contesa durante la Prima Guerra Mondiale, (pagine memorabili di storia dell’alpinismo sono state scritte dagli eserciti italiano e austroungarico), successivamente i suoi confini furono a lungo oggetto di controversie tra le Regioni Trentino e Veneto per lo sfruttamento del ghiacciaio e dei nevai.

Tra 15 anni

Anticipatrice del modello di sviluppo sky oriented, già nel 1947 sulla Marmolada fu realizzato uno dei primi impianti di risalita in Italia. Un passato glorioso – per alcuni – sfruttamento ingiustificato di pochi – secondo altri – la Marmolada è diventata uno dei luoghi più ambiti dal turismo invernale, destinato però a mutare completamente e in parte a scomparire nel giro di una quindicina d’anni.

Climbing for climate 2024 al ghiacciaio della Marmolada - © www.giornaledibrescia.it
Climbing for climate 2024 al ghiacciaio della Marmolada - © www.giornaledibrescia.it

Tanto è il tempo di vita residua che resta al ghiacciaio della Marmolada stando ai calcoli scientifici dell’Università di Padova. Negli ultimi decenni la fusione del ghiacciaio ha assunto dimensioni e rapidità inedite: da una riduzione media di 2 ettari l’anno durante il XX secolo si è passati alla riduzione record di 13 ettari tra il 2022 e il 2023 (complice la frana del 3 luglio) che ha portato il ghiacciaio sotto la soglia simbolica dei 100 ettari, meno di un chilometro quadrato (98,7 ettari), una superficie che si è dimezzata rispetto a 25 anni fa, quando misurava 205 ettari.

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Climbing for climate, Trecroci: «Da ripensare anche le attività economiche»

Risalendo la val di Fassa, dopo una serie di tornanti, dall’alto scorgiamo il lago Fedaia, un bacino artificiale utilizzato per la produzione di energia elettrica, realizzato nel 1950 dalla Sade, l’azienda tristemente famosa per il disastro del Vajont (9 ottobre 1963). Dopo la nebbia che ci ha accompagnato per la prima parte della risalita, tra le nubi fa capolino un sole caldo, che ci costringe a spogliarci di pile e giacche, subito rindossate ogni picco d’ombra che incontriamo durante il cammino.

Soste didattiche

Una delle pause con il contributo degli esperti - © www.giornaledibrescia.it
Una delle pause con il contributo degli esperti - © www.giornaledibrescia.it

Mauro Valt, funzionario di Arpa Veneto spiega il meteo della scorsa primavera, caratterizzato da abbondanti nevicate in quota, «che non devono però ingannare – afferma –. Pioggia e neve si sono alternate a giornate assolate, la cui temperatura è sempre stata sopra la media. Il decadimento della neve soffice è maggiore e aumenta il rischio di fenomeni valanghivi». Di quanto piovuto e nevicato, insomma, rimane ben poco.

Il passaggio accanto ai teli geotermici - © www.giornaledibrescia.it
Il passaggio accanto ai teli geotermici - © www.giornaledibrescia.it

Durante una sosta «didattica», incrociamo due furgoni carichi di teli geotermici che dalla fronte del ghiacciaio scendono a valle. I teli in polipropilene vengono utilizzati durante i mesi estivi per lo snowfarming, una pratica adottata dalle società che gestiscono gli impianti di risalita per ricoprire il ghiacciaio e preservare la neve, per averla già pronta nei mesi autunnali così da garantire una stagione sciistica più lunga. Che servano a tutelare gli interessi dei gestori degli impianti più che il ghiacciaio, lo dicono i numeri: a fronte dei 98 ettari del ghiacciaio, i teli ricoprono a malapena i quattro ettari delle piste che partono dalla cima più alta del ghiacciaio, Punta Penia a 3343 metri, per scendere al passo Fedaia. Legittimo tutelare i propri interessi, se non fosse che una ricerca dell’università di Padova, pubblicata a luglio, abbia riscontrato inquinamento di microplastiche nell’acqua di fusione del ghiacciaio causato proprio dai teli.

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Climbing for climate, Varotto: «Teli geotermici accanimento terapeutico»

Dopo due ore e mezzo di cammino, raggiungiamo la fronte del ghiacciaio a 2700 metri di quota. Per il pranzo a sacco, sostiamo su un pianoro di roccia, che fino a sei/sette anni prima sarebbe stato impossibile raggiungere a piedi. In quel punto, dove la pietra bianca è stata negli anni levigata e triturata, una volta c’erano diversi metri di ghiaccio, oggi solo un lontano ricordo. In quell’ultima tappa i tecnici del Comitato glaciologico effettuano le misurazioni del ghiacciaio con gli strumenti e i puntatori laser, che saranno successivamente comparate con i dati registrati lo scorso anno. Da uno dei punti di misurazione, il ghiacciaio dista 147 metri.

Terminati i rilevamenti, si torna in albergo per una doccia e la cena. L’appuntamento per la sera è nella sala civica del comune di Rocca Pietore per il seminario di studio e gli interventi di scienziati e ricercatori.

Il raggiungimento della fronte del ghiacciaio - © www.giornaledibrescia.it
Il raggiungimento della fronte del ghiacciaio - © www.giornaledibrescia.it

Riguardo ai cambiamenti climatici e agli effetti sulle stagioni, l’Università degli Studi di Brescia ha rilasciato una nota: «I principali risultati delle analisi climatologiche raccolte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change rivelano che la regione alpina si trova già in una traiettoria di surriscaldamento rispetto al resto del pianeta. L’incremento di temperatura più forte è per la stagione estiva e per le regioni a sud della dorsale alpina principale; le quote medio-alte potrebbero subire un riscaldamento amplificato. Per quanto riguarda le precipitazioni, si prevede un ulteriore spostamento stagionale delle quantità di precipitazioni, dall'estate all'inverno, sulla maggior parte del dominio. Si prevede inoltre che l’intensità delle precipitazioni giornaliere aumenterà in tutte le stagioni e in tutti i sottodomini, mentre la frequenza dei giorni piovosi diminuirà nella stagione estiva. Il cambiamento di temperatura previsto in estate è correlato negativamente con il cambiamento delle precipitazioni, quindi, le regioni con un forte riscaldamento medio stagionale mostreranno tipicamente una diminuzione delle precipitazioni più forte. Per contro, per l’inverno si riscontra una correlazione positiva tra variazione della temperatura e variazione delle precipitazioni. Tra gli altri indicatori, la copertura nevosa è fortemente influenzata dai cambiamenti climatici previsti e resterà soggetta a una diminuzione diffusa, ad eccezione delle zone ad altitudini molto elevate».

Cosa rischia la comunità

Sul rischio per le comunità dei cambiamenti climatici e sul ruolo che hanno i decisori politici si è espresso il professor Carmine Trecroci: «La vita sociale ed economica delle comunità a valle e la biodiversità degli ecosistemi – ha detto – dipendono per buona parte dai ghiacciai che garantiscono il deflusso minimo vitale dei fiumi e quindi, agricoltura e allevamento. Qui non facciamo estetica della montagna – ha aggiunto –. Serve un’accelerazione nell’attuazione prioritaria e rapida di interventi concreti finalizzati alla salvaguardia di una risorsa idrica fondamentale per tutti».

L’appello

Climbing for climate, il seminario del sabato sera - © www.giornaledibrescia.it
Climbing for climate, il seminario del sabato sera - © www.giornaledibrescia.it

La sesta edizione di Climbing for Climate è stata quindi l’occasione per lanciare un appello alle istituzioni regionali e nazionali per preservare il patrimonio ambientale e ridurre l’impatto del global warming. «Nello specifico, per l’Italia – ha chiarito Trecroci – in significativo ritardo nella riduzione concordata delle proprie emissioni climalteranti, si chiede di accelerare l’attuazione prioritaria e rapida di una serie di interventi».

Domenica 8 settembre, di buon mattino, i partecipanti alla sesta edizione dei CfC hanno preso la funivia da Malga Ciapela per raggiungere i 3265 metri di Punta Rocca e la sua spettacolare terrazza panoramica per la conferenza stampa. L’evento ufficiale della seconda giornata è stato la sottoscrizione e il lancio del documento «Un’Altra Marmolada», dedicato alla fruizione futura della cima delle Dolomiti e delle montagne italiane alla luce delle sfide del cambiamento climatico e della transizione ecologica. Nel documento si chiede una netta inversione di tendenza, e si rilancia l’appello degli scienziati italiani sulla scelta del «nostro futuro climatico. Siamo ancora in tempo – scrivono – per scegliere un futuro sostenibile che metta al primo posto la sicurezza, la salute e il benessere delle persone, come previsto dagli obiettivi europei di riduzione delle emissioni del 55% al 2030 e di neutralità climatica al 2050».

Conclusione e monito

Terminata la conferenza, il gruppo di CfC si è separato: alcuni hanno raggiungo i 3343 metri di Punta Penia per assistere ad uno spettacolo folcloristico, altri, una quindicina che avevano prenotato per tempo, sono stati imbracati e, ramponi ai piedi, in cordata hanno attraversato il ghiacciaio della Marmolada. Una lunga traversata, non priva di rischi per quanto semplice, che dalla provincia di Belluno, dopo circa tre ore di discesa, si è conclusa mille metri più in basso, ai piedi del lago Fedaia, al rifugio Cima 11, a Canazei (Trento).

In cordata sul ghiacciaio - © www.giornaledibrescia.it
In cordata sul ghiacciaio - © www.giornaledibrescia.it

La sesta edizione di Climbing for Climate si è conclusa così. Dalla Marmolada è stato lanciato un monito severo alle istituzioni politiche e agli operatori economici per una fruizione sostenibile della montagna e dei ghiacciai italiani ed europei. La Marmolada è un ghiacciaio ormai al culmine della sua esistenza, per il quale, a circa quindi anni dalla sua estinzione, non si è ancora fatto nulla per immaginare il futuro tanto del suo ecosistema, quanto delle comunità locali che su quel ghiaccio da decenni hanno fondato la propria economia. Che cosa succederà alla tanto decantata Canazei, ai passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego, al confine tra le province di Belluno, Trento e Bolzano? Nessuno lo sa. Nessuno, finora si è posto il problema.

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Climbing for climate, Bonario: «La situazione dei ghiacciai non è buona»

E proprio perché il «Manifesto per un’altra Marmolada» diventi emblema per immaginare «un’altra Montagna», Vanda Bonario, presidente della sezione italiana del Cipra, il Comitato internazionale per la protezione delle Alpi, si farà carico di portare questo documento all’assemblea del Cipra che si terrà a Nova Goriza, in Slovenia nelle prossime settimane. «I cambiamenti climatici – ha spiegato – ci impongono di cambiare modello di turismo, tenendo assieme lo sviluppo economico delle popolazioni con la tutela ambientale».

Terminato la sesta edizione, ricercatori e studenti sono già all’opera per organizzare Climbing for Climate 2025. Non si sa ancora dove si terrà, ma potrebbero essere i ghiacciai della Valle d’Aosta ad ospitare l’evento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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