La siccità esalta i ritardi del Paese

Tra le vicende che hanno avuto fugaci approfondimenti in questa fase centrale dell’estate troviamo il tema della siccità che ha colpito soprattutto le regioni del sud (la Sicilia in modo decisamente grave).
La rimozione del problema sembra essere stata «influenzata», direttamente o indirettamente, dalle considerazioni che, a vario titolo, si sono potute leggere o ascoltare, in relazione all’ondata di caldo da alcuni definita «anomala» e conseguenza della scarsa attenzione che il pianeta sembra dare alle tematiche legate all’equilibrio ecologico e ambientale.
Questo «alibi» ha finito per allontanare l’attenzione dalle cause prime che, nel nostro Paese, generano il problema della siccità, permettendo di evitare una riflessione seria che, invece, offre molti spunti a chi preferirebbe che la politica si impegnasse meno in promesse e cercasse più di affrontare i gravi temi infrastrutturali che da decenni, ormai, azzoppano il nostro Paese.
Il tema della siccità offre lo spunto per riflettere sul tema delle «priorità» degli interventi: quanti hanno associato il problema verificatosi in Sicilia con le faraoniche promesse di investimenti associate al «ponte»? Ma è lo spunto anche per entrare nel merito delle capacità realizzative di opere «sulla carta» decise ma ancora lontane dall’essere realizzate.
In ultima analisi, poi, partendo da queste riflessioni si può aprire un capitolo significativo anche sulle reali capacità di utilizzo delle risorse che il Pnrr ci offre.
Facciamo un po’ d’ordine intanto. La siccità non dipende dal caldo (ne viene influenzata certamente, ma la causa principale è l’inefficienza delle nostre strutture orientate a raccogliere e distribuire l’acqua). Sul versante raccolta si stima che circa l’89% dell’acqua piovana vada persa a causa dell’inefficienza nelle infrastrutture (bacini idrici, dighe, scarsa cura del territorio) oltre che per scarsa attenzione al tema.
Per quanto riguarda, poi, la distribuzione le analisi più recenti dicono che il 42% dell’acqua immessa nelle nostre tubature viene disperso per perdite lungo la rete distributiva. Su questo fronte la Sicilia non è la regione peggio messa, in quanto il suo 50% di perdite viene superato dal 56% del Lazio e si affianca al 50% della Calabria lasciandosi alle spalle la Campania con il suo 49% di perdite.
Quindi abbiamo due problemi strutturali, il primo legato all’incapacità di raccolta e di stoccaggio, il secondo collegato alla vetustà ed inefficienza delle nostre reti distributive. In mezzo abbiamo poi i soliti problemi legati alla mancanza di una politica coordinata (sono vari gli enti che si palleggiano responsabilità sul tema idrico) e alla cronica incapacità di passare dalle parole ai fatti quando si parla di opere strutturalmente impegnative.
All’estero sulla dispersione, a parte la Grecia maglia nera europea con il suo 50% di acqua persa, la Spagna perde circa il 30% delle risorse idriche raccolte, mentre la Francia ne gestisce tra il 75 e l’80%, mentre la Germania ne lascia «sul campo» poco meno dell’8% e l’Olanda il 5%.
Naturalmente alle spalle di questi numeri ci sono anni di incuria e di mancati investimenti strutturali (per noi) e importanti investimenti per tutti i Paesi che hanno dati più virtuosi.
E qui possiamo aprire il capitolo Pnrr. Proprio le carenze evidenziate dai dati sopra riportati hanno permesso all’Italia di ottenere uno stanziamento di 4,8 miliardi di euro per acquedotti e ristrutturazione della rete idrica. I motivi di questa disponibilità sono da ricercarsi nel fatto che il nostro Paese da anni riesce a malapena ad intervenire sulle strutture idriche con investimenti di poco superiori al miliardo di euro l’anno per un fabbisogno che alcuni stimano di almeno il triplo per colmare il gap infrastrutturale venutosi a generare per l’incuria del passato.
I fondi sono stati stanziati ma la spesa realmente avviata è intorno al 15-20% degli stanziamenti non arrivando agli 800 milioni. I motivi sono i soliti: una lentezza nel procedere per i vincoli burocratici, difficoltà di gestione delle procedure realizzative, problemi di coordinamento tra gli enti coinvolti, scarsa pianificazione degli interventi che (ovviamente) hanno importanti effetti sui territori nei quali devono realizzarsi.
La siccità così rappresenta una storia «emblematica» di come nel nostro Paese i problemi strutturali si vadano sempre più consolidando e di quanto bisogno avremmo di cambiare approccio e passo (nel fare e non nel dichiarare).
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