Io sono lento a scrivere, come lui lo era in campo. Geniale solo nei titoli, come lui nelle finte, ho molto da fare e sono milanista. Cosa vuoi da me, o vicedirettore? Pesca altrove per l’articolo su Beccalossi, fa’ un assist a qualche collega più sul pezzo, così come Evaristo sapeva fare in campo. Niente da fare. Tocca a me, perché, a differenza di Gigliola Cinquetti, «ho l’età». L’età per ricordare le evoluzioni in campo del gioiellino di San Polo, nato a Brescia e cresciuto fra le rondinelle, con tanto di scudetto Primavera del 1975.
Il superno Gino Cavagnini (eh sì, ho l’età per ricordarlo) lo chiamava, nel giornale di quei tempi, poche pagine da leggere tutte d’un fiato, «Il bimbo d’oro», intuendone la predestinazione.
Evaristo. Le fantasie del me bambino di cinquant’anni fa furono innanzitutto sollecitate dal nome. Qualche anno dopo, studiando greco, appresi che significava «Buono, ottimo, prestante». Ecco perché Cavagnini (e scusate se insisto) lo considerava un predestinato.
Dopo qualche anno a Brescia, nel 1978 il gran salto nella grande Milano con Sandro, l’amico di sempre. Fu altare e fu polvere, e fu ricordo imperituro per i bauscia della seconda squadra di Milano. Visto che lo ricorderanno tutti, lo menzioniamo anche qui: partite fantasmagoriche (i due gol al Milan nel derby della stagione che portò i nerazzurri di Bersellini allo scudetto) e altre a marcar visita.

E poi i due rigori sbagliati in Coppa Coppe (immortalati dal noto sketch di Paolo Rossi, il comico, naturalmente), la convivenza forzata con i doppioni che ogni anno gli associavano (Prohaska, Hansi Muller, Ludo Coeck), le incomprensioni con gli allenatori che si succedettero al «Sergente di Borgotaro» (come il solito Cavagnini appellava Bersellini, già rondinella a fine anni ’50).
Poi, nel 1984, addio Inter e tentativi di rinascita: alla Sampdoria, con un giovane Mancini a cui trasmettere per osmosi la sua genialità, al Monza, al Barletta e al Pordenone, prima di dire addio e intraprendere una buona carriera da commentatore nelle televisioni milanesi.
In mezzo a queste esperienze, uno spicchio di ritorno a Brescia per un anno e mezzo, tra serie A e B, Giorgi allenatore. Stagioni non fortunate, ma nelle quali lo vidi fare le finte più straordinarie che ricordi di aver ammirato su un campo di calcio, con gli avversari atterrati come birilli.
Quante presenze in nazionale, chiederanno i giovani? Beh, giocasse adesso sarebbe il capitano e avrebbe sfiorato i cento «caps», ma allora dovette fare i conti con i campioni del blocco Juve (e anche Toro), con Antognoni titolare fisso e soprattutto con l’ostracismo di ct Bearzot, che era respinto dalla sua discontinuità. Nemmeno la richiesta a furor di popolo e stampa per convocarlo (insieme al capocannoniere romanista Pruzzo) ai mondiali del 1982 smosse il tecnico friulano. Che, risultati alla mano, dimostrò di non aver torto. In azzurro dunque, solo 3 presenze nell’Under 21 e una nella Nazionale olimpica. La finta più assurda della carriera calcistica di Evaristo Beccalossi.




