L’ultima volta che ho avuto il piacere di incontrare Evaristo Beccalossi è stato il 25 marzo del 2024. Il Panathlon Club di Brescia chiese a lui e a Spillo Altobelli di raccontare la loro amicizia, la loro esperienza al Brescia prima e all’Inter poi, quel rapporto assolutamente speciale creatosi prima fuori dal campo e poi in spogliatoio e infine nel rettangolo di gioco.
«La differenza tra il Becca e qualsiasi altro – raccontò Spillo – è che con lui non dovevo nemmeno chiamare la palla. Bastava uno sguardo, un movimento ed Evaristo mi metteva in porta. C’era qualcosa di magico, di unico tra noi».
Beccalossi stava anche promuovendo il suo libro, «La mia vita da numero 10» ma quella sera non portò nemmeno una copia. «Sono qui per raccontare altre cose, le serate di promozione sono altre. Poi se vorranno comprarlo lo trovano anche online».

Ecco, il Becca era anche questo: generoso, mai egoista, ma soprattutto di una ironia e una simpatia uniche. «La prossima volta che mi invitate al Panathlon però lasciate a casa Spillo che se c’è lui diventa un monologo». Risate e applausi,anche quando mollò il microfono per girare tra i tavoli della cena e raccontare aneddoti. Quelli da campo, quelli del ritiro, quelli in cui la sigaretta passò dall’essere fumata di nascosto a sdoganata.
«Spillo lo sa, se è diventato campione del mondo lo deve anche a me», disse Beccalossi guardando Altobelli, confermando come la mancata convocazione per il Mundial del 1982 era rimasta una ferita ancora aperta.
E poi i ricordi di Brescia, della sua città, l’amicizia con Egidio Salvi, quelle radici rimaste sempre salde nonostante fosse Milano il centro di gravità permanente. «Sai Gianluca, quando sono invitato a un incontro a Brescia ci vengo sempre volentieri perché qui è casa». Quella casa che oggi lo abbraccia, lo ricorda e lo piange.




