Evaristo Beccalossi era tutto ciò che oggi rimpiangiamo: i dribbling secchi, in un fazzoletto di campo, l’estro che si srotolava in quella terra di mezzo tra centrocampo e attacco. Al punto che un grande come Gianni Brera arrivò a battezzarlo «dribblossi» per quella sua creatività declinata su un campo di gioco. Se n’è andato a pochi giorni dai suoi settant’anni, a poche ore dallo scudetto della sua Inter. Un mito nerazzurro, con Brescia nel cuore.
In biancazzurro
La carriera del «Becca» inizia proprio qui. Prima metà degli Anni ‘70, un calcio antico. Attira subito l’attenzione con le sue giocate. Con le rondinelle vince il campionato Primavera nel 1975: lui ricama e Comassi, il bomber di quell’annata, segna. È un’impresa che da queste parti si ricorda ancora in maniera vivida: lo scorso novembre i protagonisti di quel trionfo sfilarono al Rigamonti prima di una gara dell’Union. Mancava solo Evaristo, che era stato dimesso da una manciata di mesi dalla Poliambulanza. Nessuno dei vecchi compagni di spogliatoio fece mancare una parola per il «Becca». Uno che si faceva voler bene.
L’Inter, il ritorno, il dopo carriera
Da Brescia Beccalossi spicca il volo, va all’Inter e delizia la platea di San Siro, non a caso la «Scala del calcio». È un artista con la palla tra i piedi, e quindi per definizione le sue prestazioni non sono mai identiche a sé stesse: quell’andamento ondivago, se possibile, lo rende ancora più eterno. Con i nerazzurri vince uno scudetto e una Coppa Italia. Nell’82, in Coppa delle Coppe, sbaglia due rigori nella stessa partita con lo Slovan Bratislava. A quell’episodio il comico Paolo Rossi dedicò addirittura una pièce teatrale.
Poi a Milano arriva Hansi Müller e lui trasloca a Genova, sponda Samp, dove alza il primo trofeo di sempre dei blucerchiati (una Coppa Italia). Non per lui. Il richiamo di casa, per lui che a Brescia è nato e ha concluso il suo percorso terreno, è troppo forte. E così torna nel 1986, dopo un interludio a Monza. Trascorrerà qui altre due stagioni, con una retrocessione e un ottavo posto in B. La sua carriera si chiuderà con un pellegrinaggio tra Barletta e poi i dilettanti, prima a Pordenone e infine a Breno.

Non esordì mai con la Nazionale maggiore: solo tre presenze con l’Under 21 e quattro con l’Italia olimpica. Un lusso che solo allora ci si poteva permettere. Il resto della sua vita, prima di quel maledetto malore, l’ha trascorso senza mai staccarsi dal suo calcio, tra ruoli dirigenziali (tempo fa disse che se avesse potuto scegliere un’ex Brescia da riportare in società sarebbe stato proprio lui) e ospitate in televisione. Il calcio, Brescia, l’Italia intera piangono un grande di questo sport.




